Mafia nell’Agrigentino, al processo “Icaro” debutta il pentito Giuseppe Quaranta

«Buongiorno a tutti, certo che voglio parlare». Giuseppe Quaranta, ex capomafia di Favara, passato dall’altra parte della barricata dopo l’arresto dell’operazione «Montagna», sembrava quasi smanioso di «debuttare» nella sua nuova veste di collaboratore di giustizia. Come racconta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, l’ex boss, collegato da un «sito riservato» col tribunale di Agrigento, dove si celebra il processo «Icaro», come di consueto, viene inquadrato di spalle: capelli molto radi al centro e look casual, indossa una felpa grigia e bianca. Quaranta parla molto speditamente. Forse troppo perché il pm Claudio Camilleri, inizialmente, lo blocca più volte, invitandolo a procedere più lentamente. Il neo pentito indica nomi, cognomi e ruoli. Parla soprattutto del trentottenne Francesco Fragapane e del progetto del figlio di Totò, il «Riina di Agrigento» come lo chiamavano negli anni Novanta, di diventare capo provincia o «almeno entrare in commissione provinciale».

La sua precedente mancata apparizione si era rivelata un vero e proprio giallo. Il debutto tanto atteso, lo scorso 20 aprile, altro non era stato che una «falsa partenza». In un primo momento era stato previsto che avrebbe testimoniato di presenza, poi in videocollegamento. Ma in tanti, presenti nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, dove l’udienza era stata fissata per l’occasione, lo avevano visto in una saletta riservata nei pressi dell’ingresso, con la porta aperta, alle spalle di alcuni agenti col distintivo al collo. L’avvocato Salvatore Pennica, difensore del boss Ciro Tornatore, morto nei mesi scorsi, principale bersaglio delle accuse di Quaranta, aveva sollevato il caso. «Lo abbiamo visto in tanti – aveva detto ai giudici – e non vedo perché non debba venire in aula a testimoniare». Poi la sospensione strategica, probabilmente per farlo allontanare, e il rinvio «per motivi tecnici e di sicurezza».

Ieri non c’è stato alcun problema. Quando il presidente del Tribunale di Agrigento, Pietro Maria Falcone, con i giudici a latere Gianfranca Claudia Infantino e Agata Anna Genna, hanno chiamato l’appello, attorno alle 10,15, il collegamento era perfettamente funzionante. «Sono entrato in Cosa nostra – ha esordito rispondendo al pm Claudio Camilleri – facendo l’autista di Pasquale Alaimo. Era stato arrestato nell’operazione “Fratellanza” e aveva bisogno di una persona che gli guidasse la macchina». Quaranta prosegue nel suo racconto: «Mi diedero un incarico di grande responsabilità, dovevo gestire la latitanza di Maurizio Di Gati. Non ero un affiliato ma un semplice avvicinato. A ottobre del 2013 viene organizzata una riunione con tutti gli affiliati di Favara. In questa fase Francesco Fragapane prende le redini della provincia. Inizia a gestire le famiglie e si propone per risistemare tutto».

Il pentito prosegue: «In un primo momento chiesi a Calogero Limblici se era disponibile a gestire la famiglia. Lui diede la sua disponibilità, ma Francesco cambiò idea e propose me». Fragapane e Quaranta organizzano, a quel punto, una «tragedia» perché Quaranta non aveva i requisiti per fare il reggente della famiglia visto che non era stato affiliato formalmente con la «punciuta». Fragapane prega Quaranta di non far sapere agli altri della mancanza del «requisito». Visto che ci teneva, però, a fare sanare questa lacuna, si trova il rimedio. Quaranta prosegue: «Francesco mi dice: “Tu non dire niente e non ti preoccupare”. Organizziamo allora la cerimonia della punciuta, andiamo in un casolare e Francesco mi affilia con la santina di Sant’Antonio. Uniamo il dito dopo averlo tagliato, bruciamo la santina e Francesco mi dice: “Pè, non mi tradire perché altrimenti brucerai come questa santina”».