Inchiesta Double Face, pm: ecco come Montante e i suoi fedelissimi comandavano alla Regione

Il capo era lui: Antonello Montante, sostiene la Procura di Caltanissetta, comandava in casa d’altri, che poi era la casa teoricamente di tutti, il governo regionale della «rivoluzione» di Rosario Crocetta. Come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, il presidente della Confindustria siciliana, all’apice del potere, aveva nominato – governatore Raffaele Lombardo – l’assessore regionale Marco Venturi, poi la donna di sua estrema fiducia che, con Crocetta, gli era succeduta alle Attività produttive, Linda Vancheri, e, anche dopo essere finito nei guai, ne aveva deciso le dimissioni e indicato chi dovesse prenderne il posto, Mariella Lo Bello.

Doppia faccia e doppie facce

L’inchiesta Double Face su Montante, agli arresti domiciliari da lunedì, si è allargata a Crocetta, Vancheri, Lo Bello, all’attuale presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro e ad altre quattro persone (che si aggiungono alle 22 già indagate) anche per questo motivo: in nome della legalità, affermano i magistrati di Caltanissetta, si era legittimato un controllo totale del governo regionale, cosa che consentiva a imprenditori e politici vicini a Montante di ottenere appalti, lavori, affari. A tutela di questo «sistema», argomenta il pool coordinato dal procuratore nisseno, Amedeo Bertone, e dall’aggiunto Gabriele Paci, un gruppo di poliziotti, carabinieri e finanzieri che avevano steso attorno all’attuale presidente della Camera di commercio di Caltanissetta una rete di protezione rispetto alle indagini per mafia.

Il sistema Antimafia & Affari

L’imprenditore di Serradifalco, lo chiamano in maniera velatamente evocativa gli inquirenti, imponeva gli assessori e anche il commissario ad acta dell’Irsap, Maria Grazia Brandara, destinata a succedere all’ex amico (di Montante) Alfonso Cicero. Proprio quest’ultimo e Venturi, autori di denunce contro il «capo», erano diventati i nemici principali da abbattere. Si erano resi conto che il potere aveva dato alla testa a tutti. E l’accusa sostiene che tassandosi con 200 mila euro ciascuno, Montante, Catanzaro e altri tre imprenditori (Carmelo Turco, Rosario Amarù e Totò Navarra, «avvisati» mercoledì pomeriggio) avrebbero fatto un affare: il milione di euro con cui sarebbe stata finanziata la campagna elettorale del 2012 del presidente della Regione, Rosario Crocetta, avrebbe messo nelle loro mani il governo della Regione. Proprio Venturi e Cicero, nelle loro dichiarazioni rese in Procura a fine estate 2015, avevano fornito i tasselli di base di queste nuove contestazioni, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. A chiedere 20 mila euro a Venturi per la campagna elettorale di Crocetta (e a dire chi aveva pagato) sarebbe andato l’ex senatore Pd Giuseppe Lumia: «Mi disse che pagavano tutti, che Turco aveva pagato, Navarra aveva pagato… Amarù». Gratificati poi con lavori e appalti, sostiene l’accusa.

Un dirigente ricattato

Un dialogo a tre, Montante-Lo Bello-Brandara, restituisce in maniera plastica l’immagine di un governo in mano al paladino della legalità e a persone pronte a eseguire, senza discutere, ogni suo desiderio. Che poi era un ordine. La conversazione del pomeriggio del 25 ottobre 2015 si svolge in un’auto che Montante si era fatto «prestare» sul momento dalla fidata segretaria Carmela Giardina. Pensava così di sfuggire alle intercettazioni, ma anche quell’Alfa 147 era stata imbottita di microspie dalla Squadra mobile di Caltanissetta. Alessandro Ferrara, indagato per false informazioni al pm, era dirigente generale dell’assessorato alle Attività produttive. Tra le contestazioni mosse alla Lo Bello e alla Brandara, quella di averlo costretto a scrivere atti e a presentare denunce infondate contro Cicero e Venturi. A Crocetta, diceva Montante, «non ho mai fatto sbagliare una mossa», con riferimento alle nomine da lui (Montante) decise. Mariella Lo Bello ai suoi interlocutori raccontava di essersi presentata a Ferrara «con la faccia del venerdì santo» e gli aveva detto che stavano succedendo «cose gravissime», perché la stanza che era stata di Cicero all’Irsap era stata svuotata del tutto, e senza permesso. Aveva così mosso una serie di rilievi e di contestazioni a Ferrara, che qualche giorno prima era stato con lei a deporre in Procura, a Caltanissetta, contro Venturi.

Sei nel casino

La Lo Bello riferisce le parole dette a Ferrara, ritenuto non troppo duro contro l’ex assessore e l’ex presidente dell’Irsap, ormai caduti in disgrazia: «“Ma tu pensi, dico, che, in questo clima tu ti puoi permettere di avere un atteggiamento così? Ma tu vidi ca si ‘nmezzu u casinu giustu! Accompagnandoti io alla Procura ho accreditato la tua deposizione…”. E lui per ora è preoccupatissimo». Montante a quel punto dettava la linea: «“Ascolta, se tu non vai a riprendere (correggere, ndr) la tua versione, tu te ne vai… picchì ‘ccà intra, a diri, un ti pozzu vidiri”».

Non stai aiutando la legalità

Ancora Montante. Parole che sono la sintesi del personaggio e del sistema: «Tu cià diri: “Perché non stai aiutando la legalità… non stai aiutando assolutamente la legalità…”. E poi per le carte: “Devi dire che le carte sono state manomesse… se tu non… se tu non collabori con le istituzioni, io mi dispiace, io appena arrivo tu ti ‘nn’a gghiri di ccà e rischi ca Crocetta ti ietta fora, non ti conferma più…”». Metodi da spionaggio: Cicero aveva dimenticato un block notes in ufficio, «con appunti scritti a mano», aveva rilevato la Brandara. Lo Bello: «Intantu u pigghiamu pi vidiri cosa è». Brandara: «Lo fotocopiamo e tu dugnu e vidi un poco chi cosa è». «Un copione assolutamente collaudato, il fil rouge di tutto». Altro che «legalità»: «L’unico scopo era preservare il sistema del quale Montante è indiscusso perno».