Mafia, Dia: la nuova mappa dei clan nell’Agrigentino

“Nel panorama criminale della provincia, caratterizzato dalla presenza di diverse organizzazioni di matrice mafiosa, cosa nostra continua a rivestire un ruolo di supremazia, evidenziando un’organizzazione strutturata, verticistica ed ancorata alle tradizionali regole mafiose, nonché un diretto e stretto collegamento con le famiglie palermitane, trapanesi e nissene. Dalle attività investigative e informative emerge come anche cosa nostra agrigentina stia vivendo una fase di riassetto degli equilibri interni, con disegni di rimodulazione delle articolazioni. Tale riassetto è attribuibile, in primo luogo, ai numerosi arresti effettuati a seguito di operazioni di polizia, nonché ai decessi e alle scarcerazioni di uomini d’onore, i quali, tornati in libertà, hanno interesse a riprendere le loro posizioni di potere”. E’ quanto emerge dall’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia presentata dal ministro dell’Interno al Parlamento.

“Nella provincia – si legge – l’organizzazione continua ad essere strutturata su famiglie e mandamenti, la cui “competenza territoriale” appare, ora, improntata ad una maggiore “fluidità”, determinata da convenienze di economia criminale. Per quanto riguarda, invece, la stidda, si registra come tale organizzazione, pur rivestendo rispetto a cosa nostra un ruolo marginale, continua a conservare posizioni di rilievo nel contesto della criminalità organizzata agrigentina. Ad oggi è presente soprattutto nei territori di Bivona, Camastra, Campobello di Licata, Canicattì, Naro, Palma di Montechiaro, Favara e Porto Empedocle. Per quanto persegua una politica di basso profilo – evitando quanto più possibile ostentazioni violente o gesti eclatanti cercando, al contempo, di mantenere anche un certo consenso sociale – la consorteria mafiosa agrigentina continua a manifestare dinamismo e una notevole potenzialità offensiva. Riflesso di questa strategia silente è l’infiltrazione del tessuto socio-economico in modo sempre più subdolo e pericoloso, riciclando ed investendo cospicui capitali, in Italia e all’estero, in svariate attività, come quella delle energie alternative o dello smaltimento dei rifiuti. In particolare, la penetrazione delle consorterie mafiose locali nell’ambito dei pubblici appalti è una tra le più tradizionali e marcate attività illegali del territorio. In genere, l’infiltrazione avviene attraverso turbative delle gare d’appalto, ma sempre più di frequente è esercitata anche nella fase esecutiva dei lavori, con l’imposizione alle ditte aggiudicatarie del pagamento di una somma di denaro, al fine di garantirsi il regolare svolgimento dei lavori, oppure con l’imposizione della fornitura di materie prime o della manodopera.
Non è insolito l’inquinamento, per così dire, “a monte” del processo imprenditoriale. Si registrano, infatti, anche casi in cui imprenditori compiacenti mettono a disposizione dell’organizzazione mafiosa la propria impresa, con i relativi requisiti economici e tecnici, al fine di turbare gare di appalto, o prestandosi a partecipare in A.T.I. (Associazione Temporanea di Imprese) per conto di cosa nostra. Anche nella provincia girgentana il controllo del territorio da parte delle organizzazioni di matrice mafiosa si esplica attraverso le estorsioni, precedute e supportate da intimidazioni e minacce  di vario genere e, non di rado, da danneggiamenti.
In particolare, le operazioni di polizia e le risultanze processuali confermano che il racket colpisce imprenditori e operatori commerciali dei settori più diversi. A causa di una cronica carenza di liquidità, le estorsioni sono indirizzate anche e sempre più verso piccoli imprenditori e commercianti al minuto. Sintomatici di una perniciosa cultura dell’illegalità sono anche gli episodi di intimidazione non direttamente riconducibili alla criminalità mafiosa e che, comunque, si registrano in provincia. Emblematica, in tal senso, è la situazione del comune di Licata, relativamente alla demolizione di diversi immobili abusivi, cui sono verosimilmente riconducibili gli atti intimidatori perpetrati ai danni del Commissario straordinario di quel Comune, così come in precedenza avvenuto nei confronti del Sindaco e di un dirigente comunale. Tra i settori d’interesse della locale criminalità organizzata si annoverano anche le scommesse on-line e la gestione delle slot machine per il gioco automatizzato, quest’ultime imposte all’interno degli esercizi commerciali. Anche nella provincia agrigentina si continua a registrare la presenza di organizzazioni criminali dedite all’attività di produzione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Non è inusuale individuare piantagioni di marijuana, specialmente nel licatese e nelle zone limitrofe, che sono di sicuro interesse della criminalità organizzata. In merito, è significativo l’arresto, avvenuto il 4 ottobre 2017 a Liegi (Belgio), dalla Polizia di quel Paese, di un soggetto ivi residente ma originario di Favara il quale, dalle risultanze dell’indagine “Up & Down”, è risultato capo e promotore di un sodalizio criminale che, avvalendosi anche di soggetti residenti all’estero o nel nord Italia, riusciva a far giungere a Favara ingenti quantitativi di cocaina e hashish.
In relazione alle proiezioni della criminalità organizzata agrigentina in Belgio, si evidenzia che nel semestre precedente si sono consumati un omicidio (in Belgio il 3 maggio 2017) e due tentati omicidi (uno in Belgio, il 28 aprile 2017, e l’altro a Favara il 24 maggio 2017) nei confronti di tre soggetti originari della provincia di Agrigento. Tali gravi episodi delittuosi sembrano essere collegati ad altrettanti fatti di sangue (un omicidio ed un tentato omicidio in Belgio ed un omicidio a Favara) perpetrati nel secondo semestre del 2016, nei confronti di soggetti originari
della stessa provincia. Tutto ciò confermerebbe l’esistenza di una faida agrigentina in corso, verosimilmente maturata in ambienti riconducibili al traffico internazionale di sostanze di stupefacenti, sull’asse Belgio– Agrigento. Correlati alla predetta faida, o comunque ad un possibile generale e preoccupante riarmo delle cosche, potrebbero essere anche i diversi sequestri di armi da fuoco (comuni e da guerra), e le ripetute denunce per detenzione e porto illegale di armi, che ormai da tempo si registrano nella provincia. In particolar modo a Favara, così come nel semestre precedente, i Carabinieri di Agrigento hanno sequestrato, nell’ambito di una più ampia attività di indagine conclusa a luglio, numerose armi e munizioni, tra cui bombe a mano. Nel panorama delinquenziale della provincia occupano, inoltre, un ruolo in ascesa i gruppi criminali stranieri, in particolare rumeni e maghrebini. Con il passare degli anni, le suddette componenti malavitose sono aumentate nel numero dei componenti ed hanno acquisito margini operativi anche nelle zone a tradizionale presenza mafiosa, ove cosa nostra sembra tollerarle, permettendo loro di dedicarsi ad attività criminali di basso profilo, quali il trasporto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, del “lavoro nero”, il furto di materiale ferroso, le rapine, i furti in abitazione e lo sfruttamento della prostituzione. Le consorterie mafiose della provincia, oltre ad esercitare un’elevata capacità di condizionamento del contesto sociale e di infiltrazione nei settori trainanti dell’economia, cercano da sempre di insinuarsi negli aggregati politico- amministrativi locali. Nell’ambito delle attività di contrasto dell’infiltrazione mafiosa nella Pubblica Amministrazione, è da segnalare che nel novembre u.s. sono stati prorogati i termini dell’accesso prefettizio ispettivo presso il Comune di Camastra, disposto a seguito degli esiti dell’operazione antimafia “Vultur”, del luglio 2016, che ha interessato la predetta cittadina”.