Vendemmia 2018, Cia: ”Crollo del bio, allarme riguarda Palermo, Agrigento e Trapani”

Nell’estate 2017 era stata la siccità, quest’anno, invece, la violenta pioggia di fine agosto, ma l’effetto è identico, ed è peggiore del previsto: crolla la produzione di uva made in Sicily, soprattutto nel comparto biologico e nella parte ovest del territorio, con numeri allarmanti che superano, in negativo, le stime fosche diffuse a inizio mese. A lanciare il nuovo Sos è la Cia Sicilia occidentale, registrando i primi dati della vendemmia 2018 nelle campagne tra Palermo, Agrigento e Trapani, dove si concentra l’80% delle aziende vitivinicole dell’Isola. Come riporta il Giornale di Sicilia, anche se la qualità resta medio-alta, il calo del 20% atteso dai coltivatori è stato rivisto al ribasso, sfiorando, ad oggi, una perdita del 30% rispetto allo scorso anno, già critico sia in termini di raccolto che di produzione vinicola (-11% sul 2016 secondo l’Istat).

L’allarme diventa rosso nelle campagne biologiche, dove caldo e umidità elevati hanno favorito la proliferazione di muffe come pernospera e oidio, difficili da contrastare senza l’uso di fitofarmaci invasivi, proibiti in vigna dal disciplinare bio. Risultato? Perdite con punte del 70% e coltivatori in dubbio se raccogliere o meno i grappoli, visto che i costi di manodopera potrebbero superare nettamente il guadagno finale. L’uso del condizionale, spiega Pietro Salvia, agronomo e coltivatore di uva da tavola e da vino (Cataratto e Nero d’Avola) a San Giuseppe Jato, «è legato al fatto che non sappiamo ancora a che prezzo le cantine acquisteranno il raccolto, e per chi, come me, ha già conferito la merce ai grandi produttori, sarà come andare a un appuntamento al buio: bisognerà accontentarsi della loro offerta, senza scelta. La speranza è di superare i 40 centesimi al chilo del 2017, altrimenti, considerato il ribasso del 70% in vendemmia, il danno sarà micidiale».

Principale imputato «di questo mezzo disastro», sottolinea Antonino Cossentino, presidente della Cia Sicilia occidentale, sono le bombe d’acqua che nelle ultime settimane «hanno condizionato una situazione già precaria», inzuppando i vigneti e portando gli acini a scoppiare e a marcire. Per questo, conclude Cossentino, «chiediamo che venga riconosciuto lo stato di calamità naturale per tutti i produttori colpiti. Chi è in regime biologico, tra l’altro, sconta doppiamente un prezzo amaro dato che i pagamenti Agea per i fondi Ue sono per molti ancora fermi al 2015». A confermare il quadro nero è Ettore Pottino, presidente regionale di Confagricoltura, che solleva un ulteriore problema: «il forte rialzo dei costi di trattamento per salvare gli acini dalle patologie e mantenere il livello qualitativo. Un danno che riguarda soprattutto i bio-produttori, visti i mezzi d’intervento limitati, e le grandi aziende che devono sostenere tanta manodopera, rischiando di far saltare i bilanci». Va meglio ad oriente, ma fino a un certo punto, perché le piogge, come ricorda Francesco D’Agosta, presidente regionale dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, «hanno danneggiato anche i nostri acini, soprattutto nel Catanese, e i guai, per chi come noi coltiva secondo regole ancor più stringenti del biologico, sono perlomeno raddoppiati».