VIDEO | Mafia, commemorazione del sindacalista Paolo Bongiorno a Lucca Sicula

Ieri a Lucca Sicula la commemorazione del sindacalista Paolo Bongiorno, ucciso dalla mafia, in occasione del 58° anniversario della morte. Prima il raduno in corso Vittorio Emanuele, poi corteo fino al luogo dell’omicidio e visita al cimitero per la deposizione di fiori sulla tomba di Paolo Bongiorno, originario di Cattolica Eraclea poi trasferitosi a Lucca Sicula. A seguire incontro a Palazzo Lo Cascio dove sono intervenuti gli organizzatori. L’iniziativa è promossa dalla Cgil di Agrigento in collaborazione con l’associazione Lucchesi di Sicilia, Libera e il Comune; hanno partecipato anche sindaci e amministratori del comprensorio ed ex parlamentari come Angelo Capodicasa e Giovanni Panepinto. “Bongiorno venne assassinato vicino alla sede dove con coraggio e costanza difendeva i diritti dei lavoratori. Lo stesso epilogo – ricorda il segretario provinciale della Cgil Massimo Raso – di Miraglia, di Scalia, di Spagnolo e di tantissimi altri sindacalisti caduti in quegli anni. Nomi e storie che noi vogliamo far uscire dall’oblio e raccontare, non per guardare indietro, ma per trovare la forza per combattere la mafia di oggi e per continuare la battaglia per la dignità del lavoro”.

“Fu assassinato dalla mafia in uno scenario che ricorda quello descritto da Leonardo Sciascia nel Giorno della civetta”, scrive l’ex senatore Emanuele Macaluso nella prefazione del libro Delitto alle elezioni – Paolo Bongiorno, sindacalista ucciso dalla mafia di Calogero Giuffrida, pubblicato dall’Istituto Gramsci Siciliano. “Era l’anno 1960 e la Sicilia – racconta Macaluso – sembrava che fosse uscita da quel lungo periodo, iniziato nel 1944 – dopo i primi decreti del ministro Fausto Gullo per l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative – in cui il movimento contadino con le occupazioni delle terre tendeva a fare applicare quei decreti e a sollecitare l’approvazione di una legge generale di riforma agraria. Nel corso di quella lotta la mafia uccise tanti capi-lega. In quella zona della Sicilia, nel gennaio del 1947, era stato assassinato il segretario della Camera del lavoro di Sciacca, Accursio Miraglia, un combattente che ricordo ancora bene oggi. Poco dopo, il 1° maggio, a ridosso quindi di quel 20 aprile in cui si svolsero le prime elezioni regionali con un grande successo della sinistra, fu consumata la strage di Portella delle Ginestre.

Nel 1960 la Sicilia sembrava che fosse uscita da quel tunnel di morte, invece no. Il notabilato locale, che in alcuni comuni siciliani aveva covato odio per il movimento contadino e conviveva con la mafia, che usava la delinquenza per servizi sporchi, non tollerava che ci fossero uomini con la schiena dritta che rivendicavano i diritti dei lavoratori. (…) Sul piano provinciale, spesso, commissari di polizia (che non erano come il Montalbano di Andrea Camilleri e delle fiction), questori e procuratori convivevano con gli uomini del potere politico e mostravano disprezzo sociale per il popolo che non si rassegnava ad accettare l’esistente. Paolo Bongiorno, padre di cinque figli, fu assassinato a colpi di arma da fuoco mentre rientrava a casa. La sua vita era limpida: si svolgeva tra il lavoro duro del bracciante, la Camera del Lavoro, la sezione comunista e la famiglia. Tutto qui. I suoi nemici – sottolinea Macaluso – erano solo coloro che in quegli anni non tolleravano la presenza di un uomo che ne organizzava altri per rivendicare diritti negati e per lottare contro quel mondo che da secoli li aveva oppressi. E quelle persone combattevano sul piano sindacale e su quello politico, contendendo ai notabili anche la guida del Comune, considerato da sempre un centro esclusivamente a loro servizio. Ma questori, carabinieri, magistrati indirizzavano le ‘indagini’ verso direzioni inesistenti: fatti privati, mariti gelosi. Non trovavano nulla e archiviavano. Così fu anche per Bongiorno.

Va sempre ricordato che per nessuno dei capi-lega  uccisi fu mai trovato l’assassino e il mandante. E quando qualcosa si muoveva in una direzione giusta, se c’era un carabiniere, un commissario e un magistrato onesto, scrupoloso e ligio alla legge, provvedevano i ministri, i tribunali a e le Corti di Appello a mettere il sigillo che seppelliva l’inchiesta e la verità. Bisognerebbe ragionare su cosa fu la giustizia in quegli anni. Anche perché c’è chi parla con rimpianto di come funzionava – la giustizia! – in quegli anni rispetto alla ‘Toghe rosse’ di oggi. E la Sicilia oggi ha bisogno di sapere e di capire, se vuole uscire da una condizione in cui sembra che l’unica cosa che conti sia il potere e chi sta al potere, e certi valori e idealità appaiono sepolte da una coltre di opportunismo. La mafia uccide non solo le persone ma anche le coscienze rendendo inerte e impotente le società. Ricordiamo anche questo per capire l’oggi”.