Di Maio: ”Non sempre i padri dicono ai figli cosa hanno fatto”

“Io posso chiedere a un padre cosa ha fatto nella vita, ma non sempre i padri lo dicono ai figli. Detto questo non voglio scaricare mio padre”. Luigi Di Maio lo dice a DiMartedì su La7 a proposito dell’inchiesta de Le Iene dalle quali emergerebbe che Di Maio senior, Antonio, avrebbe impiegato operai in nero nella sua ditta edile. Il vicepremier M5s puntualizza però che “Renzi e Boschi erano coinvolti nelle questioni che riguardavano i loro padri da ministri. Lei andava a chiedere aiuto per il padre alla Consob. Renzi, il padre e Lotti erano nella vicenda del piu’ grande appalto della storia di Consip”. Qui si tratta di fatti accaduti quando neanche pensavo di fare il parlamentare, e oggi non sto interferendo”, puntualizza ancora. “Ero segnato regolarmente, esibirò le buste paga”, replica Di Maio, “non c’è stato chissà che grande rapporto con lui in quegli anni, non ero socio e poi lo sono stato nel 2013”, precisa il ministro del Lavoro che aggiunge: “È giusto farmi le domande del caso, esibirò quello che c’è da esibire e andiamo avanti”. L’esponente M5s rivendica: “Non ho mai chiesto di non mandare in onda i servizi, come qualcun altro in passato ha fatto” e sottolinea di aver “preso le distanze dal fatto ma, ovviamente, non da mio padre”.

Il duello con Calabresi

Niente grafici, come Laura Castelli. Luigi Di Maio squaderna, nello studio di  La7, le fotocopie di alcune prime pagine. Quelle di Repubblica. Ed è il direttore del quotidiano, Mario Calabresi, a confrontarsi con il ministro e vicepremier. Ed è il padrone di casa a contestare all’ospite politico “voi ora siete al governo, non all’opposizione… Viene qui con le fotocopie dei giornali a contestarli”. “Non siete più liberi e belli per statuto perché state all’opposizione, siete voi al governo”, ribatte Calabresi mentre il confronto si infervora. “Ma come, avete fatto la battaglia a Berlusconi quando lasciava Mediaset ai figli e ora mi dice che De Benedetti ha lasciato le quote ai figli?”, alza la voce Di Maio che non accetta i paragoni “con la Corea del Nord”.
Tensione che Calabresi stempera con realismo ‘catodico’: “Tanto siamo contro le partite, o movimentiamo un po’…”. “Sono 5 anni che mi denigrate, dovrei anche arrabbiarmi…”, esordisce Di Maio che liquida le perplessità sul reddito di cittadinanza dicendo che “ovviamente voi lo vedete con diffidenza come con il primo computer arrivato in casa. Non avete capito le potenzialità”. “Non accedete a sgravi fiscali quando stampate? Quelli sulla carta sono soldi pubblici”, dice Di Maio quando comincia a duellare con Calabresi che smentisce il dato mentre il vicepremier M5s assicura che “li hanno anche i giornali nazionali”.

I media contro? Portano bene…

Di Maio ‘corregge’ così Calabresi quando tira in ballo la pubblicità sul blog di Grillo”. “Ma quello è Google adsense, c’è sempre qualcuno che ci casca…”. “Dovete starci, dovete starci”, è la stoccata del direttore di Repubblica al ministro dello Sviluppo che inquadra così il rapporto con i media: “Non c’è preoccupazione per M5s che ha contro i giornali perché ci ha sempre portato bene, anzi vi prego di continuare così che siamo contenti. Parliamo di una cosa più grande, della libertà di stampa nel Paese e della possibilità dei cittadini di conoscere. Ma quello non riguarda troppe bugie o campagne contro qualcuno o qualche parte sociale e dietro un giornale non ci puo’ essere un editore con interessi, con le mani in pasta nella sanità o in quel certo partito…”. Qui entrano in gioco le fotocopie con le prime pagine di Repubblica, e una stoccata da Di Maio anche a Floris che indica alla regia come farle vedere ai telespettatori: “Lei dirige anche le telecamere… fantastico…”. “È il mio lavoro, vuole farlo lei dal ministero?”, risponde il conduttore del talk.

Un lapsus fatale

In questi giorni si parla molto, ancora una volta, di padri di politici. Stasera, nello studio di DiMartedì, si parla però del padre di un giornalista. Chiamato in causa, e sicuramente a sproposito, da un politico. “La querela di Marra che lei citava prima gliela dò, e me la rimanda corretta”, afferma a un tratto il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, rivolgendosi a Luigi Di Maio. “Lo sa perché gliela dò? Perché avete fatto querela a “Luigi” Calabresi. Io sono Mario. Luigi era mio padre, e come lei sa da tanti anni non c’è piu’…”. Di fronte allo svarione, che riapre la ferita dell’assassinio di Luigi Calabresi, Di Maio ribatte subito dicendo “ma è un errore formale” e il giornalista chiude la parentesi con un’asciutta chiosa: “Sa cosa mi ha dato prova questo episodio? Dell’approssimazione con cui fate le cose”. “Io ho un centinaio di casi di approssimazione dei vostri articoli”, controbatte il vicepremier M5s. (Agi)