”Ancora un giro di chiave”, Nino Marano, una vita fra le sbarre: il libro di Emma D’Aquino all’Odg di Palermo

Attraverso la storia di un “ladro di biciclette” che negli anni diventa un “killer delle carceri”, la giornalista Emma D’Aquino, il volto siciliano del Tg1, racconta l’evoluzione del sistema penitenziario italiano dagli anni ’60 ai giorni nostri. “Ancora un giro di chiave. Nino Marano, una vita fra le sbarre”, è il titolo del libro che sarà presentato giovedì 7 marzo, a partire dalle 11.30, nella sede dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia di Palermo. Ne parleranno con l’autrice i giornalisti Felice Cavallaro e Marina Turco, porterà il suo saluto il presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia Giulio Francese.

Emma D’Aquino, di Catania, in Rai dal 1997, è stata a lungo inviata di Porta a Porta. È stata inviata a New York dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha seguito i più importanti fatti di cronaca, da Cogne all’omicidio di Sarah Scazzi e Meredith Kercher, dal terremoto dell’Aquila al crollo del Ponte Morandi a Genova. Nel 2003 è approdata nelle redazioni di Tv7 e Speciale Tg1; poi ha condotto l’edizione delle 13.30, ora conduce quella delle 20.

I dettagli del libro sono riassunti in queste poche righe: «‘Vivo nell’inferno, Emma’, mi disse una volta al telefono. Il suo è un inferno interiore, dell’anima. È l’inferno dei ricordi. È il prezzo che sta pagando per quello che ha fatto. Io in lui ho conosciuto l’uomo, e più Nino si mostrava nudo, indifeso, più la sua storia di uomo mi affascinava. Raccontarla è stato un viaggio umano appassionante», scrive la giornalista.

È il 31 gennaio del 1965 quando Nino Marano entra in carcere per aver rubato melanzane e peperoni, la ruota di un’Ape e una bicicletta. L’aveva rubata, racconta, «per andare a lavorare come manovale, non l’avessi mai fatto. Ci sono rimasto per un’eternità. La cella, la coabitazione coatta mi hanno trasformato. Dietro quelle sbarre le mie mani si sono macchiate di sangue e io sono diventato un assassino». Il presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat, s’inaugura il traforo del Monte Bianco e i Beatles arrivano in Italia ma Nino sembra uscito da un romanzo di Verga: «menzanu», mediano di cinque figli, madre casalinga, padre bracciante, una casa «che puzzava di fame».

Non ha neanche un avvocato quando un giudice si occupa per la prima volta di lui: i furti vengono considerati «in continuazione», fanno cumulo, e lui si ritrova con una condanna a quasi undici anni. Entra ed esce di prigione fino al 13 giugno del 1973, quando varcando la soglia del penitenziario di Catania ha inizio il suo peregrinare, da nord a sud, per le patrie galere: da Pianosa a Voghera, da Alghero a Porto Azzurro fino a Palermo, spesso nelle sezioni di alta sicurezza. Il 22 maggio 2014, dopo quarantanove anni, due omicidi, due tentati omicidi e due condanne all’ergastolo, Nino Marano, il detenuto più longevo d’Italia per reati commessi in carcere, ha ottenuto la libertà condizionale e si è riaffacciato al mondo, compiendo la sua «metamorfosi».