Trattativa Stato-mafia, ex ministro Mannino assolto anche in appello

L’ennesima assoluzione per l’ex potente Dc Calogero Mannino arriva dopo una breve camera di consiglio. Cinque ore per stabilire che l’ex ministro sotto processo per alterne vicende giudiziarie da oltre venti anni, non ebbe alcun ruolo nella cosiddetta trattativa Stato-mafia. La sentenza, pronunciata dalla prima sezione della corte d’appello di Palermo, conferma la formula del primo grado: quella del “non aver commesso il fatto”. I giudici, dunque, non si pronunciano sulla esistenza del ‘patto scellerato’ tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra, ma sul ruolo dell’ex politico, che rispondeva di minaccia a Corpo politico dello Stato.

Una formula che attenua parzialmente il caos processuale determinato da due verdetti opposti: quello, ora doppio, di assoluzione di Mannino, ritenuto dalla procura uno dei protagonisti della minaccia mafiosa che avrebbe piegato lo Stato, e quello, pesantissimo, di condanna dei suoi coimputati, che per una scelta processuale diversa optarono per il giudizio ordinario ritrovandosi davanti alla corte d’assise. Calogero Mannino, Lillo per gli amici, ottant’anni tra un mese, scelse invece l’abbreviato per chiudere in tempi rapidi una storia da cui si e’ sempre detto estraneo. In realta’ il suo e’ stato l’abbreviato piu’ lungo che si ricordi: tre anni circa piu’ uno per il deposito della motivazione. Ma tant’e’: dopo una parziale riapertura dell’istruttoria in appello – in secondo grado stati sentiti il pentito Giovanni Brusca, l’ex presidente della Camera Luciano Violante e Pino Lipari, l’uomo di Riina negli appalti – anche la partita del secondo grado se l’e’ aggiudicata lui. “Oggi parlano le sentenze”, ha commentato al telefono dopo aver saputo dell’assoluzione dal suo legale.

“Siamo soddisfatti, e’ il coronamento di una attivita’ difensiva che ha rafforzato la sentenza di primo grado criticata dalla Procura generale”, ha detto il penalista Marcello Montalbano che ha difeso l’ex ministro con gli avvocati Carlo Federico Grosso e Grazia Volo. Intanto oggi la corte d’appello di Palermo ha ammesso la richiesta dei legali dell’imputato Marcello Dell’Utri, di citare a deporre Silvio Berlusconi. L’ex premier sara’ sentito il 3 ottobre e dovra’ riferire su “quanto sa a proposito delle minacce mafiose subite dal governo da lui presieduto nel 1994 mentre era premier”, hanno stabilito i giudici nell’ordinanza con cui dispongono la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. Deporranno al processo anche l’ex magistrato Antonio Di Pietro, i pentiti Giovanni Brusca, Gioacchino la Barbera e Francesco Squillaci, l’ex presidente della Camera Luciano Violante e i direttori degli istituti penitenziari di Tolmezzo e Opera.

Per comprendere il ragionamento della corte sull’assoluzione di Mannino bisognera’ ora attendere il deposito delle motivazioni, ma certo l’ennesima assoluzione non potra’ non influire sul processo d’appello in corso nei confronti di chi , secondo l’accusa, con Mannino, avrebbe intavolato il dialogo con la mafia: gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, tutti condannati dalla corte d’assise a pene pesantissime, e ancora Marcello Dell’Utri, Massimo Ciancimino e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cina’. Nella ricostruzione della Procura, che dipinse Mannino come il motore del dialogo tra i carabinieri e il boss Toto’ Riina, viene meno infatti un capitolo fondamentale. Il capitolo che raccontava la genesi del patto nato dagli sforzi dell’ex ministro che, per salvarsi la vita dopo il diktat del boss corleonese che aveva dichiarato la guerra ai politici “infedeli”, aveva cercato il dialogo. La storia perde pezzi dunque e ci si chiede per conto di chi i carabinieri avrebbero trattato e come tre ufficiali del Ros, da soli, avrebbero potuto intavolare un dialogo con la mafia stragista promettendo, in cambio della fine delle bombe, la resa dello Stato. (ANSA)