Migranti, voci dall’inferno Libia: “Stuprati e affamati a morte”

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate dai due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Da quella struttura non si poteva uscire. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. Voci dall’inferno libico, dall’ex base militare di Zaiwya trasformata in lager in cui torture, stupri e omicidi erano all’ordine del giorno. Tre i fermati dalla polizia di Agrigento, coordinata dalla Dda di Palermo: dopo lo sbarco a Lampedusa erano stati trasferiti presso l’hotspot di Messina. “Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura – continua un altro testimone – erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza all’interno di quella struttura venivamo picchiati al fine di indurre i nostri parenti a pagare loro delle somme di denaro in cambio della nostra liberazione. Di fatto avveniva che, gli organizzatori ci mettevano a disposizione un telefono col quale dovevamo contattare i nostri familiari per dettare loro le modalita’ con il quale dovevano pagare le somme di denaro ai sequestratori”.

La somma richiesta in cambio della liberazioni di ogni ‘progioniero’, era di circa 10 mila dinari libici: “Io, malgrado incitato a contattare i miei familiari, mi sono sempre rifiutato, Proprio per questo motivo sono stato bastonato. Un nigeriano, con il calcio della pistola, dopo che mi ha immobilizzato il pollice della mia mano destra su un tavolo, mi ha colpito violentemente al dito, fratturandolo. Durante la mia permanenza in quella struttura ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”. Prosegue un altro compagno: “A causa delle mie rimostranze contro la mia ingiusta detenzione, sono stato piu’ volte picchiato. Ho subito delle vere e proprie torture che mi hanno lasciato delle cicatrici sul mio corpo. Sono stato frustato tramite fili elettrici. Altre volte preso a bastonate, anche in testa”. Il carceriere “era spregiudicato, in quanto picchiava tutti i prigionieri e li torturava, frustandoli con i cavi elettrici; li bastonava servendosi di tubi in gomma”.

Nessuno si sottraeva a questo trattamento inumano: “Eravamo tutti sottoposti a continue violenze e torture, poiche’ pretendevano il pagamento di una somma di denaro, da parte dei parenti, in cambio della nostra liberazione. Chi non pagava veniva torturato con la corrente elettrica. Ti davano delle scosse che ti facevano cadere a terra privo di sensi. Tanti gli omicidi avvenuti con la scossa elettrica. Succede che ti forniscono un cellulare con il quale contattare i parenti per esortarli a pagare il riscatto. Laddove non si ricevevano le somme richieste il migrante veniva poi ucciso”. Un migrante e’ deceduto a causa della fame. Era malnutrito e nessuno prestava a lui la necessaria assistenza: “Ho visto, anche, tanti altri migranti ammalati che non venivano sottoposti alle cure necessarie. Ho visto che un carceriere una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. E tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato”. (AGI)