Mafia, operazione ”Passepartout”: 5 fermi a Sciacca, in cella assistente parlamentare Antonello Nicosia e boss Accursio Dimino

“Operazione Passepartout”. Non un nome a caso quello del blitz di Guardia di finanza e carabinieri che ha colpito la famiglia mafiosa di Sciacca (Agrigento) con il fermo di 5 persone. Antonello Nicosia, infatti, il principale destinatario del provvedimento restrittivo, accusato di associazione mafiosa, riteneva di avere la chiave di accesso ai penitenziari della Penisola e di potere cosi’, secondo l’accusa, veicolare i messaggi dei boss. Eletto nel novembre di un anno fa nel Comitato Nazionale dal XVII Congresso di Radicali Italiani, nel suo profilo Facebook parla di se’ come direttore generale dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, nonche’ come assistente parlamentare parlamentare giuridico-psicopedagogico alla Camera, in particolare della ignara eletta con Leu e passata tra le fila di Italia Viva, Giuseppina Occhionero. Gli inquirenti parlano di “uso strumentale”, da parte di Nicosia, “del rapporto di collaborazione instaurato con una parlamentare della Repubblica italiana”.

La deputata – che non e’ indagata – dovrebbe essere sentita nei prossimi giorni dai pubblici ministeri del capoluogo siciliano. Cariche funzionali, quelle di Nicosia, in base alle indagini del Ros dei carabinieri e dal Gico della Guardia di Finanza, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Francesca Dessi’ e Calogero Ferrara, all’obiettivo di tessere relazioni con i capimafia, come Accursio Dimino, tra i fermati di oggi. Soprattutto avrebbe assicurato favori e contatti con il superlatitante Matteo Messina Denaro. Un ‘postino’ prestigioso e insospettabile, seppure con una condanna a 10 anni per traffico di droga, ma anche questa, tutto sommato, utile alla narrazione del suo personaggio, conoscitore delle dinamiche carcerarie che asseriva di volere cambiare.

In forza del suo molteplice ruolo, Nicosia sottolineava che riusciva ad accedere piu’ agevolmente negli istituti penitenziari assieme ai parlamentari: ha sicuramente fatto accesso nelle carceri di Sciacca, Agrigento, Trapani e Tolmezzo, “senza la preventiva autorizzazione del Dap e cio’ sfruttando le prerogative riconosciute dalle norme sull’ordinamento carcerario ai membri del Parlamento e a coloro che li accompagnano”. A lui, 48 anni, ritenuto “organico alla famiglia di Sciacca”, e al boss Accursio Dimino, 61 anni, scarcerato nel 2016 e detenuto anche al 41 bis, ritenuto molto vicino al defunto capomafia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, i pm del capoluogo siciliano contestano il reato di associazione mafiosa. Per altri tre favoreggiatori l’accusa e’ di concorso esterno. Matteo Messina Denaro per Nicosia era “il primo ministro”. E dal latitante si aspettava di ricevere, spiega chi indaga, “per l’impegno” finalizzato alla realizzazione di “un non meglio delineato progetto che, afferente il settore carcerario, interessava direttamente il latitante Messina Denaro”, un “ingente finanziamento non ritenendo sufficienti i ringraziamenti che asseriva di avere ricevuto dallo stesso ricercato”.

Faceva anche il conduttore in tv della trasmissione “Mezz’ora d’aria”: nella prima puntata del suo programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria”, intitolata “Misure di Sicurezza – il caso Tolmezzo” e trasmessa da una emittente locale, ha intervistato un avvocato con cui si soffermava a disquisire in ordine ad un’asserita anticostituzionalita’ della procedura di applicazione delle misure di sicurezza (il fenomeno dei cosiddetti ergastoli bianchi) con particolare riguardo agli internati sottoposti al 41 bis della Casa Circondariale di Tolmezzo (dove si trova ristretto lo stesso Guttadauro). Nicosia parlava di legalita’ e diritti mentre insultava i giudici uccisi nelle stragi: “Un incidente sul lavoro”, chiosava, e “all’aeroporto bisogna cambiare il nome… non va bene Falcone e Borsellino… Perche’ dobbiamo arriminare (girare, ndr) sempre la stessa merda… Sono vittime di un incidente sul lavoro, no? Ma poi quello la’ (Falcone, ndr.) non era manco magistrato quando e’ stato ammazzato… aveva gia’ un incarico politico, non esercitava…”.(AGI)