Giorgio Bocca venne nell’Agrigentino per conoscere la mafia

Venne nell’Agrigentino per conoscere la mafia, si innamorò del mare e si occupò della Valle del Belice. Ricordi agrigentini nella biografia di Giorgio Bocca uno dei più grandi protagonisti del giornalismo italiano morto a 91 anni nella sua casa di Milano dopo aver raccontato l’ultimo mezzo secolo d’Italia con rigore analitico e passione civile.

“Quel che so di mafia, nel profondo, lo devo a Leonardo Sciascia, nato e vissuto a Racalmuto, paese dell’Agrigentino mafioso”, scrisse Giorgio Bocca nel suo libro “Il provinciale. Settant’anni di vita italiana”, dove racconta del viaggio in Sicilia nell’estate del 1982, tre mesi prima del delitto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Prima un incontro con Leonardo Sciascia a Palermo, poi in missione da“inviato” ad Agrigento. Nel frattempo tappa turistica ad Eraclea Minoa “dove arte e natura si fondono in un sol corpo”, scrisse Bocca in un suo articolo su L’Espresso dopo aver visitato l’acropoli greca e le spiagge dorate”. Ma tornando alla mafia: “A Villa Igiea ebbi il mio primo incontro con Leonardo Sciascia – ricordava Bocca -. Gli avevo telefonato per chiedergli se poteva darmi consigli, indicazioni per un’inchiesta sulla mafia agrigentina, nella sua terra. Mi raccontò della mafia in un modo che non avevo mai sentito, con una conoscenza interna, come della famiglia della casa accanto di cui non sapeva esattamente le cose segrete, ma di cui conosceva esattamente il modo di pensare, di odiare, di sospettare, di agire. Gli chiesi a chi avrei dovuto rivolgermi per sapere della mafia dell’Agrigentino. Chiuse le palpebre, come se dovesse compiere una fatica o risolvere un dubbio, poi mi fece alcuni nomi. “E gli indirizzi?” “Non servono”, disse, “li conoscono tutti”. Su questo non c’era dubbio, quando andai ad Agrigento e feci leggere i nomi al nostro corrispondente  questi disse: “Ma questi sono i capi delle famiglie!”. Non ne riparlai con Sciascia – ricordò Bocca – avevo capito che mi aveva fornito un suo apologo: solo la mafia conosce se stessa”.


A legare Giorgio Bocca con il territorio Agrigentino anche il rapporto con la Valle del Belice: un dialogo  difficile, venato di incomprensioni reciproche. Bocca,  negli anni ’90, espresse sull’opera di ricostruzione del Belice  e sulle sue classi dirigenti giudizi durissimi. Come quando, nell’estate 1990, polemizzò con asprezza su L’Espresso con gli amministratori dei Comuni della Valle del Belìce che chiedevano a Roma le risorse finanziarie per completare la ricostruzione. “In quel caso – sostiene l’architetto Paolo Morreale, che in quei mesi era vice sindaco di Santa Margherita Belice – era poco informato Bocca, perché, conti alla mano, lo Stato, rispetto ai terremoti che hanno colpito il Friuli e l’Irpinia, ha dato molto meno ai terremotati del Belìce”. Questi i ricordi agrigentini di uno dei più grandi giornalisti italiani.

 

Calogero Giuffrida – Francesco Graffeo

Da. Giornale di Sicilia