Tra le 12, quando Sandro Bondi scandisce in Aula ‘fallirete’, e le 13,30, quando Silvio Berlusconi si arrende e, con un sorriso tirato, annuncia il sì al governo, è racchiuso tutto il senso di una giornata che, senza enfasi, il premier Enrico Letta definirà storica. Per la prima volta, infatti, il Cavaliere è costretto a ripiegare e a cedere sovranità alla decisione imposta da Angelino Alfano, il delfino considerato come un figlio che ha ucciso il padre.
Una rivoluzione politica che rafforza il governo perchè ora, chiarisce Letta, la ”maggioranza politica” varrà più di quella numerica. Il governo incassa la fiducia sia al Senato (235 sì, 70 no) sia alla Camera (435 sì, 162 no). Ma i numeri non servono a raccontare la svolta politica della giornata che segna la spaccatura, ai limiti dell’implosione, di un partito, il Pdl, dove per anni Silvio Berlusconi ha deciso destini e scelte politiche. E al tempo stesso rilancia l’azione del governo delle larghe intese, limitato e ostacolato da veti e ultimatum dei partiti di maggioranza.
Letta non si fa sfuggire l’occasione per affondare il colpo e spuntare l’arma della minaccia: ”Ora basta con i ricatti, tanto si è dimostrato che il governo non casca”. La notte non era servita al Cavaliere a sciogliere i dubbi. L’ex premier affida a Panorama la conferma che ”non darà mai l’avvallo” al governo ma arriva al Senato lasciando spazio a retromarce: ”Sentiamo Letta e decidiamo”. Nel suo intervento a Palazzo Madama, in realtà, il premier non lascia molto spazio ad aperture: ”L’Italia corre un rischio fatale, dipende da noi sventarlo”, avverte Letta che però chiarisce che qualsiasi voto per il governo non prevede baratti.
”La vita del governo va distinta dalla vicenda giudiziaria di Berlusconi”. Il premier non arretra di un millimetro, forte delle 23 firme in calce alla mozione dei dissidenti del Pdl a suo sostegno. Alfano ha fatto i conti e in aula li mostra al premier: 25 senatori voteranno la fiducia, 24 sono per l’uscita dall’aula, 32 si esprimeranno per la sfiducia. Gli stessi numeri, seduto sul suo scranno, ha Berlusconi. L’ex premier decide così di fare una prova di democrazia e di far decidere il gruppo che vota all’unanimità contro il governo. Ma poco dopo è direttamente Silvio Berlusconi ad annunciare il colpo di scena, prendendo la parola in Aula: ”Ho deciso sì per il paese ma non senza travaglio”.
I senatori restano a bocca aperta, Enrico Letta si gira verso Alfano: ”E’ un grande”, scuote la testa sorridendo. Chi non la prende affatto bene sono i due senatori Pdl, Vincenzo D’Anna e Lucio Barani, che si dissociano dalla decisione. E Sandro Bondi, sconfessato in diretta televisiva: ”Zanda fa bene a trattarci con un tale disprezzo. Io sono una persona perbene e non mi unisco a una tale compagnia”.
Ancora non è chiaro se Angelino Alfano e i dissidenti di Camera e Senato andranno fino in fondo, sancendo con gruppi autonomi la scissione del Pdl – in serata la decisione resta in stand by – o se, dopo la vittoria di oggi, le colombe puntano a prendersi la golden share del partito ammazzando i falchi. Ma il Pd non vuole ignorare il dato politico, puntando ad avere più voce ora nella maggioranza: ”Da domani non si può tornare a ieri. No al logoramento, no al tira e molla, no al ricatto e all’instabilita”’, avverte il segretario Pd Guglielmo Epifani. (Ansa)

