«Voglio 500 euro o ti sparo»: una richiesta, minacciosa, accompagnata dal gesto, con la mano, della pistola all’altezza della bocca. Giuseppe D’Amico, 32 anni, di Cattolica Eraclea, come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione perché, secondo quanto avrebbe accertato il processo, celebrato davanti al giudice Gianfranca Claudia Infantino, che ha appena depositato le motivazioni del verdetto, avrebbe cercato di farsi dare dei soldi da un conoscente minacciandolo di morte. Un’ulteriore contestazione mossa all’imputato – difeso dall’avvocato Salvatore Pennica – era relativa all’avere violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Per questa accusa il giudice ha pronunciato una sentenza di assoluzione «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
Questo perché la Cassazione, già tre anni fa, ha stabilito che l’aver compiuto un reato durante l’esecuzione della misura di prevenzione non integra una violazione della prescrizione generica di «non violare le leggi». Gli episodi al centro del processo risalgono al maggio del 2014. D’Amico è stato riconosciuto colpevole di avere minacciato un conoscente, incontrato per strada, al quale avrebbe chiesto, senza alcun motivo e senza altro aggiungere, di dargli 500 euro. La richiesta sarebbe stata accompagnata dalla minaccia: «Ti sparo». A renderla più eloquente il gesto della pistola puntata alla bocca. In un’altra circostanza, sostiene l’accusa, mentre D’Amico si trovava a bordo della sua auto, avrebbe detto al conoscente preso di mira che gli avrebbe sparato, prima di accelerare e andare via. La vittima ha presentato denuncia ai carabinieri. Il pm Salvatore Caradonna aveva chiesto la condanna a due anni e sette mesi di reclusione per tentata estorsione e l’assoluzione per l’accusa di violazione della misura di prevenzione.

