”E fu incubo”, poesia di Giuseppina Mira in ricordo delle vittime del terremoto nella valle del Belìce

”E fu incubo”, poesia di Giuseppina Mira in ricordo delle vittime del terremoto nella valle del Belìce

E FU INCUBO

Si sognava.

Si correva sui prati azzurri dei pensieri.

Come sempre si attendeva il nuovo giorno

con la voglia d’immergersi

nei sorrisi delle culle, delle finestre, delle porte,

nell’armonia della famiglia, del lavoro, delle parole di ogni giorno,

nella fragranza di un incontro, di una stretta di mano, di un abbraccio.

Si sognava.

E fu incubo.

Case inghiottite dal baratro. Vite travolte dal buio.

Era notte e continuò ad essere notte.

Dappertutto speranze ridotte a macerie, lamenti, singhiozzi.

Il terremoto come un mostro si sfamava di polvere.

La polvere delle certezze, dei desideri, dei sogni.

Il respiro dell’aurora soffocato dalla notte,

il silenzio rotto da un rumore sordo alle preghiere.

Dalle prigioni sotterranee si alzarono gemiti che strinsero il cuore

e si scavò per liberare i prigionieri

pure con le mani  sino a lacerare la pelle.

Vennero da ogni parte e su chi restò intrappolato

la tenebra chiuse i cancelli per sempre.

Nude le piazze senza più il vestito della vita,

nude le strade, le case, nude coi brividi addosso.

Tutto era assurdo.  E venne di nuovo il terremoto

un altro, un altro ancora, interminabile,

che sbarrò il passo alla Storia dei Paesi del Belice.

Ma la gente lottò e continua a lottare.

Non vuole la propria Identità ridotta a detriti, cocci, frammenti.
L’Identità è l’essenza della vita.

 

Giuseppina Mira