Mafia, motivazioni sentenza caso Saguto: patto corruttivo e tentacolare

“Un patto corruttivo permanente”. L’ex giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, condannata il 28 ottobre 2020 dal Tribunale di Caltanissetta a 8 anni e sei mesi per la gestione illegale dei beni confiscati alla mafia, ha arrecato ingenti danni patrimoniali e messo in atto una “gestione privatistica”, un “sistema perverso e tentacolare”, provocando “un discredito gravissimo all’amministrazione della giustizia, per di piu’ in un settore delicatissimo, quale e’ quello della gestione dei beni sequestrati alla criminalita’ mafiosa”. Parole contenute nelle motivazioni della sentenza, con le sue 1.314 pagine, depositate dal Tribunale di Caltanissetta, presieduto da Andrea Catalano, sul cosiddetto “Sistema Saguto”, costituto da favori, incarichi, regali e soldi. “Cio’ che e’ emerso – scrivono i magistrati – dalla pletora di fatti delittuosi contestati e’ il totale mercimonio della gestione dei beni sequestrati e l’approfittamento, a vari livelli, del ruolo istituzionale ricoperto, che ha portato alla commissione di una serie eterogenea di reati, posti in essere mediante una cosi’ grave distorsione – per tempi, modalita’ e protrazione delle condotte – delle funzioni giudiziarie da avere arrecato, oltre che danni patrimoniali ingentissimi all’erario e alle amministrazioni giudiziarie, anche un discredito gravissimo all’amministrazione della giustizia, per di piu’ in un settore delicatissimo, quale e’ quello della gestione dei beni sequestrati alla criminalita’ mafiosa”. Dall’istruttoria dibattimentale e’ venuto fuori “un quadro di desolante strumentalizzazione della funzione giurisdizionale a favore di una gestione privatistica, caratterizzata da un intreccio di rapporti personali e di condotte fondate sul dato costante dell’assoluta marginalizzazione dell’interesse pubblico connesso alle funzioni giurisdizionali. I fatti accertati in questo giudizio hanno dimostrato che la dottoressa Saguto, considerando lo svolgimento del suo ruolo quale presupposto oggettivo per il conseguimento di utilita’ disparate, poteva contare sistematicamente sulla disponibilita’ prima di Gaetano Cappellano Seminara”, re degli amministratori giudiziari, “poi di Carmelo Provenzano, soggetti comprensibilmente inclini ad assecondarne le pretese, per conseguire vantaggi che non le sarebbero spettati”.

Sono stati passati al setaccio anni di illeciti nella gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia gestiti dal “cerchio magico”. Un sistema clientelare di assegnazione degli incarichi di amministratore giudiziario con al centro Silvana Saguto, pronta, secondo i pm, a dispensare nomine a un ristretto numero di persone. Secondo l’accusa, l’ex magistrato, “era a capo di un sistema perverso e tentacolare” di gestione dei beni sequestrati. Un sistema che, per i pm sarebbe stato composto da magistrati, avvocati, prefetti, vertici delle forze dell’ordine, amministratori giudiziari, docenti universitarie familiari. Alla base del sistema ci sarebbe stato un “patto corruttivo permanente”. E al centro ci sarebbe stata lei, Silvana Saguto. Sarebbe stato costituito “Un patto corruttivo di scambio di reciproche utilita’ tra i concorrenti, senza che mai si possa individuare l’appartenenza ad un gruppo stabile e strutturato”. Un continuo scambio di favori e soldi tra Silvana Saguti e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, condannato a 7 anni e sei mesi. Saguto, nella qualita’ di giudice delegato, “ne avallava le scelte gestorie, autorizzandone comunque le istanze, spesso sotto la sua dettatura, e depositava decreti con i quali liquidava acconti o compensi finali sproporzionati o costituenti falso materiale (in quanto non provenienti dal soggetto giuridico che ne figurava come l’autore, ossia il Tribunale, costituito oltre che dalla stessa Silvana Saguto anche dagli altri due giudici componenti il collegio)”. In un altro passaggio si legge: “Seminara non riceveva lucrosi incarichi dalla Saguto per le sue indiscusse capacita’ professionali, quanto invece perche’ lo stesso poteva ricambiare attraverso il conferimento di incarichi al marito e attraverso le dazioni di utilita’ indebite”. In cambio, Cappellano Seminara, effettuava dei versamenti nei conti correnti dell’ormai ex magistrato e del marito. “Gaetano Cappellano Seminara, nella qualita’ di amministratore giudiziario, coinvolgeva Lorenzo Caramma, marito di Silvana Saguto, attraverso incarichi di coadiuzione giudiziaria o professionali, in procedure di prevenzione o, comunque, di gestione di patrimoni in sequestro preventivo, disposte per lo piu’ da tribunali diversi da Palermo al fine di dissimulare il nodo corruttivo che lo legava a Silvana Saguto. In questo contesto, Cappellano Seminara, corrispondeva a Caramma, da conti correnti personali, cointestati anche a Silvana Saguto, compensi spropositati nel quantum rispetto alle attivita’ prestate”. (AGI)