VIDEO | Il Castello di Capo Disi tra Cattolica Eraclea e Raffadali

Tra i luoghi da visitare a Cattolica Eraclea il Catello di Capo Disi (o Borangi). Così ne parla lo storico Lorenzo Gurreri: “Il casale di Capitis Disii o Captedi fu costruito dai romani tra la fine del II e l’inizio del I secolo a. C. nel tenimento di Monforte o Platani nell’odierna località chiamata Punta di Disi. Probabilmente l’insediamento è stato conseguente al ripopolamento dei territori appartenenti a Eraclea e, dopo la conquista romana, destinati a sviluppare e migliorare l’agricoltura. Per un certo periodo coesistette con Platani e i Romani se ne servirono anche per controllare il commercio del sale estratto dalla vicina salina. La cosiddetta via del sale, fin dai tempi più remoti, partiva dalla contrada Salina e si collegava da una parte al fiume Canne (probabilmente l’antico Camico), fino ad arrivare a Cena (nelle vicinanze di Siculiana Marina), e dall’altra alla vicina Platano, da dove, attraverso il fiume, si arrivava al porto di Eraclea. Sulla commercializzazione del sale fin dai tempi di Minoa ci parla Ernesto De Miro, ipotizzando che: Si sia verificato un insediamento acheo-cretese alla foce dell’Halykos la cui valle avrebbero risalito i mercanti di salgemma. Dal Fazello apprendiamo l’esistenza della salina di Platani: In Sicilia montis salis genitura fecundii; apud Ennam, Nicosiam et Camaratam, ac Platinim.
I mercanti di sale greci e romani, risalendo il fiume Halykos fino all’incrocio con l’Acragante (odierno Jazzo Vecchio che costeggia la Giudecca) e oltrepassando Capitis Disii, raggiungevano la predetta salina di Platani. La commercializzazione del sale e dello zolfo nell’antichità era tenuta nella massima considerazione. Il sale era utilizzato per condire e conservare i cibi e come preziosa merce di scambio.

Le poche notizie, storicamente interessanti, che ci sono state tramandate sono sufficienti a farci comprendere come questo territorio abbia partecipato agli avvenimenti che si susseguirono durante le varie occupazioni della Sicilia. Nel periodo medioevale nella contrada Punta di Disi-Borangio (ex feudo Cattà) fu costruita una roccaforte, oggi conosciuta con il nome di castello di Capo di Disi o Capodisi (Castiddruzzu). Fu posta ai piedi della collina del casale Capitis Disii in vicinanza di un torrente che confluiva nel fiume canne. Questa fortificazione presidiava la fertile pianura del tenimento Capodisi e dava riparo ai coloni sparsi nella vallata. Probabilmente subì la stessa sorte degli altri castelli occupati dagli Arabi prima e in seguito conquistati dai Normanni-Svevi. Dopo la definitiva conquista, l’imperatrice Costanza con testamento del 1195 ha lasciato alla Chiesa di Palermo i casali di Platani e Captedi (Capitis Disii) con il relativo tenimento. La donazione fu riconfermata dall’Imperatore Federico nel 1211 e la chiesa di Palermo li cedette in enfiteusi a vari signori.
Alla morte dell’Imperatore e dei suoi legittimi eredi Enrico e Corrado, con l’incarico di reggente del nipotino Corradino, Manfredi, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia, s’impadronì del regno di Sicilia, mettendosi in contrasto col papato. Pochi giorni prima della sua morte, avvenuta nel febbraio del 1266, il papa Clemente IV aveva dato la corona del regno di Sicilia a Carlo D’Angiò, fratello del re di Francia. Dagli Staufen il regno di Sicilia, che comprendeva l’isola e tutta l’Italia meridionale fino a Napoli, passò ai D’Angiò e i collaboratori di Manfredi furono costretti a rifugiarsi in Africa e in Spagna. La dominazione angioina, tristemente famosa per crudeltà e malversazioni effettuate sul popolo siciliano e per aver trasportato la capitale del regno a Napoli, suscitò la rivolta del popolo palermitano (31 marzo 1282), che in breve si estese in tutta la Sicilia. In quest’occasione, il latifondo di Capodisi con il relativo castello (castrum Borangij), era stato occupato da Manfredi di Aspello e concesso in enfiteusi a Corrado di Castromainardo. Questi, a sua volta, l’aveva affidato in custodia ad un suo fedele amministratore: Beninato Catalano. Questa e altre infeudazioni furono considerate dalla Chiesa usurpazioni dei propri diritti.
Dopo la pace di Caltabellotta (1302), i rapporti tra la Casa Reale d’Aragona e la Chiesa Cattolica migliorarono; la Sicilia fu riconosciuta come feudo della Chiesa di Roma, ma rimase, effettivamente, in possesso di Federico d’Aragona, sotto forma di donazione vitalizia.[3] Nel 1303 il tenimento Capodisi ritornò in possesso della chiesa di Palermo, per opera del Giustiziere della Valle di Girgenti. Casalium Platani et Platanelli, tenimentorum dictorum Capitis disii et fluminis Platani, et piscarae eiusdem fluminis sitorum in tenimento praedicte civitatis Agrigenti, omniumque iurium finium et pertinentiarum eorum.[4] Il tenimento di Capodisi e il feudo di Monforte o Platani erano in territorio agrigentino, nella parte compresa tra i fiumi Canne e Platani. Nel 1422 furono concessi in enfiteusi a Gilberto Isfar dall’arcivescovo di Palermo Ubertino de Marinis. Gilberto era un nobile catalano, capitano d’armi valoroso, venuto in Sicilia al seguito di Alfonso il Magnanimo, il quale lo ricompensò nominandolo barone di Siculiana”.