Commemorazione di Francesco Renda al Senato, il resoconto stenografico

In occasione della ricorrenza dei 100 anni dalla nascita del professor Francesco Renda, pubblichiamo alcuni interventi e scritti per ricordare uno tra i maggiori intellettuali siciliani del Novecento nato a Cattolica Eraclea il 18 frebbaio 1922. Qui le parole pronunciate dall’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, e dagli altri senatori intervenuti per commemorare in aula Francesco Renda qualche giorno dopo la morte.

Commemorazione di Francesco Renda al Senato della Repubblica
Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 025 del 21/05/2013
PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l’Assemblea). Cari colleghi, prima di dare avvio ai lavori dell’Assemblea, vorrei richiamare l’attenzione di tutti voi sulla scomparsa, avvenuta il 12 maggio scorso, di un uomo a me molto caro, un nobile protagonista della recente storia politica e sindacale siciliana, che ha offerto un contributo determinante al pensiero storico contemporaneo dell’isola: Francesco Renda. Francesco Renda ha riassunto la sua vita in poche, precise parole: «Nato e cresciuto nel mondo contadino, sono poi divenuto testimone partecipe e dirigente della sua riscossa». L’eccezionalità della sua figura nasce proprio dal suo essere testimone appassionato e partecipe di alcuni tra i fondamentali momenti della storia della mia terra. Avrebbe dovuto essere a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947 a parlare di latifondismo, di giusta causa per l’occupazione delle terre incolte, ma per un evento fortuito (un guasto meccanico alla moto lo fece arrivare in ritardo a Piana degli Albanesi) giunse quando la strage si era ormai consumata. Quel giorno il destino volle risparmiarlo alla morte. Questo tragico evento non lo distolse, tuttavia, dall’impegno politico e sindacale e dal sostegno alle lotte dei lavoratori in una terra dove lo sfruttamento e le violazioni reiterate delle più comuni norme di prevenzione e sicurezza continuavano ad essere all’ordine del giorno. Fu, infatti, segretario regionale dei minatori della CGIL, poi presidente dell’ufficio regionale della Lega nazionale cooperative. La sua passione militante lo portò ad assumere per ben sei volte l’incarico di deputato all’Assemblea regionale siciliana, prima nelle liste del Blocco del Popolo poi in quelle del PCI, un’esperienza politica che si completò con l’elezione a membro del Senato, dove fu componente della Commissione bicamerale per le questioni regionali nella V legislatura. Si ritirò dalla politica nel 1972 per dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento universitario, fino a diventare professore emerito di storia moderna all’Università di Palermo. Una scelta, questa, fondata su una lettura della riflessione storica come punto d’arrivo, traguardo finale di un’esperienza vissuta sul campo. Nel 1978 contribuì a fondare, per poi dirigerlo per oltre 15 anni, l’Istituto Gramsci Siciliano, istituzione culturale dedicata alla raccolta, alla salvaguardia e alla messa a disposizione della ricerca storica dei materiali documentali riguardanti la storia della Sicilia, e in particolare del movimento operaio, contadino e autonomista isolano. Il suo pensiero storico ha offerto un contributo fondamentale allo studio del movimento contadino siciliano e alla ricostruzione delle ragioni e delle dinamiche di una riscossa che ha minato alle radici il latifondo siciliano e il potere baronale, presupposti di quell’oscurantismo sociale e culturale senza il quale la mafia non potrebbe esistere. È a queste tematiche, del resto, che Francesco Renda ha dedicato i suoi maggiori contributi di studioso. Basti pensare, tra gli altri, ai suoi volumi sui Fasci siciliani, sulla biografia di Salvatore Giuliano, sulla strage di Portella della Ginestra e le dinamiche della guerra fredda, sull’attuazione della riforma agraria, sul fenomeno mafioso e sulle lotte popolari per la liberazione da esso. La sua “Autobiografia politica”, pubblicata nel 2007, costituisce una testimonianza preziosa sulle lotte ingaggiate dalle classi popolari siciliane nel faticoso processo di trasformazione, secondo l’espressione dello stesso Renda, dei loro bisogni in diritti. Nello stesso tempo, essa restituisce l’immagine di un uomo politico la cui azione fu sempre guidata da spirito critico e autonomia di giudizio. Negli anni le sue riflessioni non hanno perso la presa sul presente e la loro attualità. Fu tra i primi a capire che per essere efficace il contrasto alla mafia richiede il consenso, la partecipazione popolare, la rivolta delle coscienze e un deciso cambio culturale. È per rendere omaggio a questa importantissima figura di uomo politico, di sindacalista e di studioso, che rivolgo, quindi, a nome di tutta l’Assemblea, un saluto commosso ai familiari, ai collaboratori e agli allievi del professor Francesco Renda ed invito i colleghi ad osservare, in sua memoria, un minuto di silenzio e di raccoglimento. (L’Assemblea osserva un minuto di silenzio. Applausi).

MAURO Giovanni (GAL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURO Giovanni (GAL). Signor Presidente, colleghe e colleghi, commemoriamo oggi un siciliano importante. Mi auguro di non dover usare altri aggettivi, perché di solito gli aggettivi cercano di sintetizzare concetti che per Renda non sono limitabili nell’angusto ambito di un’aggettivazione. Stiamo parlando di un uomo che, amando la filosofia, la abbandona a favore della storia, perché questa gli consente di coniugare meglio la teoria degli studi e la prassi dell’esistenza. Un uomo che ha vissuto la storia siciliana da protagonista e poi ha cercato di narrarla, ma con l’amore di chi in quella terra ci è nato, ci è vissuto, di chi ha sofferto le contraddizioni che provenivano da una società contadina – quella di fine Ottocento – che lui ha mirabilmente descritto: quella mafia legata alle campagne che sono state oggetto della sua analisi sociologico-storica, passando dalla denunzia e dal racconto dei fatti al tentativo del coinvolgimento morale ed interiore della popolazione siciliana. Stiamo parlando – quindi – di un siciliano importante: importante per i siciliani di oggi e per l’Italia di oggi; importante anche per ciò che ha saputo rappresentare e testimoniare. Debbo dirvi che la mia generazione è lontana rispetto all’epoca che ha vissuto Renda, eppure ancora oggi sentiamo l’importanza complessiva del personaggio, che ha voluto narrare di Federico II insieme alle lotte contadine (è stato – credo – il suo ultimo sforzo di storico). Allo stesso modo, egli ha voluto scrivere la storia della Sicilia: ma scrivere la storia della Sicilia richiede, da un lato, la sofferenza per i problemi che si vedono affliggere la propria terra e, dall’altro, l’amore e l’orgoglio dell’appartenenza. Francesco Renda ha scritto la storia con questi tratti e con quest’amore. Quindi, partecipiamo convinti alla commemorazione. Partecipiamo commossi, perché abbiamo perso una persona importante, ma sappiamo che, con le sue oltre 50 pubblicazioni, continuerà a vivere nella memoria dei siciliani. Voglio ricordare un aneddoto, un’intervista che ci ha voluto lasciare. Egli è cresciuto nel clima della ferrea religione comunista, ma è stato capace di grande apertura. Egli diceva che «l’uomo ormai concorre pochissimo a livello manuale alla produzione di beni e servizi, però la sua vita continua ad essere completamente condizionata dal lavoro: turni snervanti, spostamenti faticosi, quasi come quei contadini che lavoravano “da scuro a scuro”, dalla mattina presto fino alla sera molto tardi. «E allora liberiamo i lavoratori,» – diceva – «mettiamoli in condizione di riempire la loro vita di altri interessi». Quando qualcuno gli fece notare che quelle stesse cose le sosteneva il sociologo Domenico de Masi, teorico dell’utilità sociale dell’ozio creativo, rispose sorridendo: «Ho letto de Masi, ma il mio ispiratore non è lui. È il filosofo utopista calabrese Tommaso Campanella che quattro secoli fa sosteneva che per assicurare il prospero sviluppo della società bastassero quattro ore di lavoro, lasciando che le restanti venti fossero dedicate al sonno, al riposo, alla famiglia, agli svaghi e alla lettura». Il professore ha predicato bene e razzolato male, visto che lui quattro ore riposava e venti ore lavorava. Ora potrà riposare in eterno e, con questo, lo salutiamo. (Applausi).

MUNERATO (LN-Aut). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUNERATO (LN-Aut). Signor Presidente, con la morte di Francesco Renda scompare uno dei più importanti studiosi del movimento contadino siciliano. Si annoverano tra le sue opere quella sui Fasci siciliani e la sua “Storia della Sicilia”, in cui c’è una particolare attenzione al movimento contadino, per il quale si batté personalmente, partecipando direttamente alle lotte sociali e politiche degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. A partire dal 1951, per sei legislature, è stato deputato dell’Assemblea regionale siciliana, prima con il Blocco del Popolo di Togliatti e Nenni, poi con il PCI. Per una legislatura, a partire da novembre 1967, è stato anche senatore. Docente di storia moderna presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Palermo, ha presieduto e organizzato l’Istituto Gramsci Siciliano per 15 anni, fin dal momento della fondazione, nel 1978, lasciando un’impronta indelebile. La sua attività si è svolta a cavallo di due secoli. È scampato alla strage di Portella della Ginestra, organizzata dai latifondisti siciliani in accordo con i mafiosi capeggiati da Salvatore Giuliano, per soffocare nel sangue le rivolte dei lavoratori. Nella sua lunga esistenza ha saputo offrire con il suo impegno politico, sindacale e culturale un importante contributo al progresso economico e sociale della sua terra, denunciando il rapporto scellerato che è sempre esistito tra una parte del sistema politico siciliano e il sistema parassitario mafioso. Un uomo, un sindacalista, un politico che ha saputo mantenere i contatti con la propria gente, non dimenticandosi delle classe più deboli e combattendo per l’affermazione dei diritti dei lavoratori. Un esempio per tutti i siciliani, soprattutto per i più giovani. Il Gruppo Lega Nord e Autonomie esprime il proprio cordoglio ai familiari del senatore Renda e ai colleghi del Gruppo parlamentare del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi LN-Aut, PD e PdL).

GIANNINI (SCpI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIANNINI (SCpI). Signor Presidente, il Gruppo Scelta Civica per l’Italia si unisce sentitamente al cordoglio da lei espresso in quest’Aula per la scomparsa del professor Francesco Renda, già deputato dell’Assemblea siciliana e senatore della Repubblica, nelle file prima del Partito comunista e poi del Partito Democratico, uomo politico e di cultura, la cui lunga e intensa biografia ci offre oggi l’opportunità di trasformare questa commemorazione da un rito di anamnesi celebrativa, come spesso avviene, ad uno stimolo per riflessioni attuali. La descrizione esaustiva delle opere e delle azioni politiche di Renda che lei ha fatto, signor Presidente, mi esime dal tornare su questo punto. Vorrei piuttosto aggiungere due aspetti specifici che colpiscono particolarmente anche chi, come me, non ha avuto la fortuna di conoscere personalmente lo studioso e l’uomo politico nella lettura del suo pensiero e nella traduzione – che è desumibile dal commento di chi anche l’ha celebrato in questi ultimi giorni, a poco tempo dalla sua scomparsa – di tale pensiero in azione politica. In particolare, credo che l’impegno dello studioso nella fondazione dell’Istituto Gramsci Siciliano e l’esercizio di una costante attività scientifica, sempre e comunque correlata all’azione politica aperta e non dottrinale, ci offrano lo spunto per ricordare ancora oggi come l’apertura culturale verso un rinnovato senso di pluralismo, che al senatore Renda probabilmente proveniva anche dalla sua formazione crociana e marxiana al tempo stesso, e il prezioso ricongiungimento della cultura con la politica, il cui divorzio ha portato devastanti conseguenze anche nel nostro Paese, possano essere i frutti e l’eredità più significativa che possiamo cogliere dal suo insegnamento. In questo senso, sentitamente formuliamo ai suoi studenti, alla sua famiglia e a tutti coloro che lo ricordano in questi giorni il nostro sentito cordoglio. (Applausi dai Gruppi SCpI e PD).

SCOMA (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCOMA (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, signori del Governo, il Gruppo del PdL si unisce al cordoglio per la scomparsa del professor Francesco Renda. Egli è stato protagonista di tutti i grandi avvenimenti politici e sociali del dopoguerra siciliano. Nato e cresciuto nel mondo contadino, testimone partecipe e dirigente della sua riscossa, Francesco Renda dal 1943 in poi, e sino ai nostri giorni, è stato un protagonista di tutti i grandi avvenimenti sociali che hanno fatto della Sicilia il laboratorio d’Italia. Protagonista e testimone, dunque!
Fu studioso partecipe della storia siciliana e del movimento contadino, movimento per il quale si è battuto personalmente in una fase importante della propria vita; si è infatti speso fortemente per raccontare la storia della Sicilia, storia che ha contribuito a creare non solo con i suoi numerosi scritti (circa 50 pubblicazioni), ma con la sua partecipazione diretta alle lotte sociali e politiche degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta.
Illustre intellettuale a cavallo di due secoli, ha saputo offrire impegno sindacale, politico e culturale. Tante sono le pubblicazioni che ricordano le varie esperienze degli anni più importanti della sua vita, dedicata al riconoscimento e alla valorizzazione degli sconosciuti, dei contadini, degli zolfatari (un’antica professione siciliana), dei semplici operai che di quelle azioni sono stati i veri protagonisti e verso i quali Francesco Renda non nasconde la sua passione, che è passione per il riscatto e il superamento dei bisogni, per la libertà.
Storico, politico, docente universitario, laureato in filosofia, iscritto al Partito comunista, sindacalista, segretario della Camera confederale del lavoro di Agrigento, segretario generale dei minatori della CGIL, nel 1951 è deputato dell’Assemblea regionale siciliana, rieletto cinque volte con il Partito comunista. Nel 1967 è senatore nella V legislatura; nel 1972 preferisce l’università alla politica e torna ai suoi studi. Storico di formazione marxista, una delle sue opere più conosciute e già citate, «Il movimento dei fasci siciliani», scritta da Renda nel 1977, rappresenta uno dei nodi cruciali della storia d’Italia. In essa si possono scorgere i caratteri nuovi e problematici che andava assumendo in quegli anni, e non solo in Italia, la questione agraria; e pertanto si può dire certamente che nell’insieme questo moto contadino porta il segno delle fratture storiche del processo di unità nazionale. Così Renda incontra il comunismo e sono i contadini del suo paese che lo vogliono loro rappresentante. E così Renda lotta giorno per giorno, caso per caso. Ma la politica dei bisogni è vista da Renda nel quadro generale della trasformazione dei diritti, come legame al bisogno di diritto, come politica riformatrice, come fenomeno cooperativo, che portano alla pacifica rivoluzione contadina che si trasforma in un travolgente movimento riformista. Si noti come Renda si possa legittimamente definire un rivoluzionario di professione. La collocazione di Renda è sempre stata tra secondo e terzo livello, ma non ha mai avuto uno sbocco nazionale. Non lo ha mai avuto neanche a Palermo, città dove ha vissuto e lavorato, e nei suoi salotti, non avendo maturato negli anni nessuna leadership politica nel capoluogo siciliano, ma invece un peso culturale importante. Negli ultimi anni della sua vita ricordiamo Francesco Renda per le sue bacchettate di pochi anni fa, per le puntualizzazioni che ha rivolto a personaggi famosi della politica siciliana, spingendoli a rivendicare per la sua terra un ruolo nazionale di primaria importanza. Diceva: se si muove la Sicilia, si fa l’Italia. Finisco ricordando un gesto di grande generosità di Francesco Renda, che circa due anni fa ha lasciato alla Biblioteca centrale della Regione siciliana, e quindi alla pubblica fruizione di studenti, studiosi e liberi cittadini, la propria biblioteca storica, che è costituita da migliaia di volumi, molti di storia del movimento operaio, raccolti nel corso della sua vita di studioso. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

MINEO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MINEO (PD). La ringrazio, presidente Grasso, per la commemorazione che lei ha fatto di Francesco Renda. Come siciliano, mi riconosco pienamente nelle cose che lei ha detto. Butto via quindi l’intervento che avevo preparato, per aggiungere – se ne sarò capace – qualche notazione su questa personalità. Di Francesco Renda posso dire che è stato un uomo fortunato: ha vissuto 70 anni in Sicilia e per la Sicilia e in questi 70 anni ha vissuto due vite e mezza (poi spiegherò perché la mezza). La prima vita è stata quella del testimone e del combattente, se ne è parlato in quest’Aula. Vorrei solo ricordare il contesto di questa battaglia di Francesco Renda. Soffiava allora, si diceva, il vento del Nord, il vento che veniva dall’esperienza degli scioperi operai sotto il fascismo, e poi della guerra di liberazione nazionale, della Resistenza. La Sicilia partecipa con uno straordinario movimento contadino e di mezzadri nel 1946 e nel 1947. Francesco Renda ne fa parte, è segretario della Camera del lavoro. Lo ha detto lei, Presidente: arriva tardi, per un incidente, a Portella della Ginestra, ma lì cominciano le amarezze del militante politico comunista Francesco Renda, perché i contadini sanno che quella non è una strage qualunque, i contadini sanno che quella è il regalo della mafia alla stabilizzazione del potere del nostro Paese. In termini propri, oggi potremmo definirla la prima strage della storia d’Italia. Renda lo sa, ma è egli un responsabile dirigente dell’opposizione: è deputato regionale per cinque legislature consecutive, si impegna a dare un senso al movimento dei contadini e anche alla rabbia per quello che è successo nel 1947 e 1948. Ricordiamoci, cari senatori, che non c’è stata solo Portella: c’è stata una serie di assassini, paese per paese, di dirigenti bracciantili, di mezzadri, di dirigenti politici del Blocco del popolo, che si sono conclusi intimidendo e indebolendo il fronte avversario. È stato un bel dono alla stabilizzazione del potere democratico del nostro Paese, ma c’è chi ha pagato per quel dono. Vorrei ricordare a tutti che il presidente Napolitano ha voluto funerali di Stato per Placido Rizzotto, che è una sola delle vittime, oltre a Portella della Ginestra, di quel periodo. Quando Renda continua la sua attività politica in Sicilia, lo fa da disciplinato dirigente del Partito comunista. Non è d’accordo con l’operazione Milazzo: gli sembra un’operazione trasformista quella che, per chi non lo ricordasse, porta al governo dell’isola anche il Partito comunista e il Movimento sociale e rompe l’egemonia democristiana che si era instaurata dopo Portella e dopo la vittoria del 1948. Ma disciplinatamente va avanti. Va avanti a lungo nell’Assemblea regionale siciliana e va avanti nell’Aula del Senato; poi si concede una seconda vita, bellissima, dal 1972: riapre, lui filosofo, con la storia della Sicilia, perché la storia gli permette di discutere della cultura siciliana. Che rapporto c’è tra la cultura siciliana e la mafia, si chiede Sciascia? C’è un rapporto tra il sicilianismo e la mafia? E da dove nasce questa cultura particolare della nostra isola? Avete citato i Fasci siciliani, ma io vorrei parlarvi della «Storia della Sicilia». La «Storia della Sicilia» di Renda è da leggere: da del tu a grandissimi studiosi del passato. Uno che mi è molto caro è Michele Amari, un grandissimo arabista siciliano. Renda non condivide il punto di vista di Michele Amari, non pensa che la cultura araba sia stata fondamentale per costruire l’identità siciliana, la considera una parentesi, crede che invece la Sicilia sia sempre stata autonomista ed europea. questo è il lascito storico-filosofico che Renda ci consegna.
Poi studia il periodo dell’Inquisizione, uno dei periodi più neri della storia siciliana. Vi invito ad andare a Palazzo Chiaromonte, detto Steri, a Palermo e a vedere i dipinti murali degli arabi e degli ebrei che sono stati perseguitati dall’oscurantista Inquisizione. Ci sono pagine bellissime di Renda su questo. Per finire, l’ultima mezza vita, presidente Grasso, è quella della sua autobiografia politica. Alla fine Francesco Renda, e questo è forse il lascito di questo straordinario siciliano, voleva mettere insieme due cose: la sua militanza, fino al 1972, con tante rinunce, per senso di responsabilità, per senso di disciplina, per evitare che insistere troppo sull’elemento siciliano, regionale e contadino potesse rompere gli equilibri complessi di una democrazia nel mondo della Guerra fredda e al tempo Guerra fredda, e poi la sua fase di studioso, di storico, di uomo che se la prende con il “cuffarismo” (conoscete sicuramente la personalità di cui parlo) perché gli pare una riedizione di una forma trasformistica che danneggia la Sicilia. Queste due realtà, quello che è stato come grande storico e quello che è stato come militante comunista, le voleva mettere insieme nella sua autobiografia e (chi lo conosce lo sa) parlando con tutti noi chiedeva cosa ne pensassimo, perché questo è il nostro compito: dobbiamo rivivere quegli anni e ragionare nuovamente insieme della storia d’Italia. Termino con quello che forse è il lascito più importante. Non sono storie lontane, non lo è il 1947, non lo è l’operazione Milazzo del 1958, non lo è quello che succede a partire dal 1972, e di cui si parla ancora, o dal 1992 (che ben conoscete, e sapete bene di cosa sto parlando). Di tutto questo, su questo filo rosso della nostra storia, in cui la Sicilia ha avuto un ruolo così importante, Renda ci invitava a riflettere mettendo insieme le due cose: l’ispirazione storica marxista (diceva Renda: «È pur sempre una gran bella idea») e la militanza soggettiva in un periodo difficile. Vediamo di fare i conti con il nostro passato. (Applausi dai Gruppi PD, Misto-SEL e M5S).