Pensioni, Uil: – 450 euro l’anno su assegno lordo di 2.600

“Anche l’attuale Governo ripete l’errore dei governi passati, continuando a fare bancomat sui pensionati italiani”. Così Domenico Proietti, segretario confederale Uil, e Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil Pensionati, commentano le mosse dell’esecutivo Meloni sulla rivalutazione delle Pensioni prevista in manovra. “Dopo meno di un mese dal decreto che ufficializzava la rivalutazione delle Pensioni del 7,3%, l’Esecutivo fa marcia indietro con la legge di bilancio, prevedendo un taglio della perequazione per il 2023. Una riduzione di potere d’acquisto che – spiegano i sindacalisti – si traduce in una perdita di circa 450 euro l’anno per una pensione superiore a 4 volte il minimo (2.100 euro mensili lordi), ma inferiore a 5 volte (2.600 euro mensili lordi)”. Un fatto “molto grave” perché “non dà certezza dei diritti ai pensionati italiani e costituisce un intervento che va in direzione opposta alla necessità di aumentare il reddito dei pensionati, anche al fine di sostenere i consumi ed evitare che l’Italia vada, nel 2023, in recessione economica”, affermano Proietti e Barbagallo, assicurando che il sindacato e la categoria “si batteranno anche attraverso forme di mobilitazione affinché questa profonda ingiustizia sia eliminata nel corso dell’iter parlamentare di approvazione della legge”.

La Uil e Uilp hanno simulato l’impatto che potrebbe avere il nuovo blocco sulla rivalutazione delle pensioni, così come sarebbe prospettato nella prossima legge di bilancio, con il nuovo meccanismo di rivalutazione con i tagli che, in base alle bozze di testo circolanti, dovrebbe essere presente nel testo. “Questo nuovo meccanismo, innanzitutto, opererebbe il taglio della rivalutazione sull’intero importo della pensione, sostituendo il sistema a scaglioni di importo con quello per importi complessivi dei trattamenti. Si tratta di un sistema più penalizzante e meno equo, perché comporta una riduzione dell’intero importo della pensione e perché introduce forti penalizzazioni per chi ha importi di poco superiori alle varie soglie”, sottolineano. In questo modo, sarebbe prevista “la piena rivalutazione per le Pensioni fino a 4 volte il minimo; l’80% dell’inflazione per le Pensioni complessivamente comprese tra 4 e 5 il minimo; il 55% dell’inflazione per le Pensioni complessivamente comprese tra 5 e 6 volte il minimo; il 50% dell’inflazione per le Pensioni complessivamente comprese tra 6 e 8 volte il minimo; il 40% dell’inflazione per le Pensioni complessivamente comprese tra 8 e 10 volte il minimo; il 35% per le Pensioni complessivamente superiori a 10 volte il minimo. Il trattamento minimo Inps – specifica il sindacato – è oggi pari a 525,38 euro mensili lordi”.

La mancata rivalutazione “determinerebbe una vera e propria perdita di potere d’acquisto e quindi di valore delle pensioni con un danno che per una pensione di 2.600 euro lordi sarebbe quantificabile in circa 34,32 euro mensili, corrispondenti a 446,17 euro l’anno. Una pensione di 3.100 euro lordi (tra le 5 e le 6 volte il minimo) perderebbe invece 1.161,75 euro l’anno. Danno che da gennaio 2023 produrrà effetti sulla pensione per il resto della vita del pensionato. Infatti, ogni mancato aumento non ha effetti solo sull’anno di applicazione, ma perdura per sempre sulla pensione diminuendone così in modo permanente il valore. Questo ulteriore depotenziamento si aggiunge quindi ai tagli, blocchi e congelamenti che dal 2011 (governo Monti) sono stati operati sulle Pensioni fino al 2021, un decennio che ha impattato notevolmente sul potere d’acquisto dei pensionati con gravi danni che si moltiplicarono al crescere del costo della vita”, concludono Proietti e Barbagallo. (LaPresse)