“L’Italia e’ un Paese complicato. L’accoglienza e’ difficile, fredda. Ma se resisti sa restuirti la dignita’”. Dominique Boe, ivoriano di 34 anni, e’ riuscito a riscattarsi e ricostruirsi una vita lontano da casa. Oggi vive e lavora a Padova, dove e’ membro della Commissione per la rappresentanza delle persone padovane con cittadinanza straniera. La sua e’ la storia di un immigrato, come tanti, sbarcato 7 anni fa ad Agrigento, che grazie alla sua tenacia e’ riuscito a riscattarsi ribaltando una condizione di sofferenza ed emarginazione. “Il mio viaggio per arrivare in Italia – racconta all’AGI – e’ durato quasi 2 anni. Sono partito dalla Costa d’Avorio nel pieno della guerra civile l’11 agosto 2013. Dopo un tentativo fallito di viaggiare in aereo passando dal Marocco “sono passato per il Togo, per il Ghana, ho attraversato il deserto e prima di salire su un barcone per raggiungere l’Italia sono stato nell’inferno dei centri di detenzione in Libia”.
Tanti i momenti di sconforto durante il viaggio, e altrettanti i rischi corsi. “Quando e’ scoppiata la guerra civile in Libia, sono dovuto scappare – spiega -. L’unica via di uscita era affrontare la morte, il mare. Dopo due interminabili giorni di viaggio finalmente le coste italiane, era il 10 giugno 2015”. Trasferito in Veneto, a Padova, ha chiesto la protezione internazionale ma la commissione ha respinto la sua richiesta e Boa ha deciso di presentare ricorso. Oggi vive e lavora a Padova. “Al nostro arrivo” in Sicilia “c’era il servizio della croce rossa le ambulanze, i poliziotti i fotografi, dei giornalisti, degli operatori de l’UNHCR (alto commissariato dei rifugiati) e dei bus per affrontare l’evento. Era il segno di un popolo organizzato”, scrive Dominique nel suo racconto ‘Sogni spezzati’, una delle dieci storie finaliste dell’edizione 2017 del Concorso nazionale DiMMi – Diari Multimediali Migranti per la raccolta di storie migranti narrate in prima persona dai protagonisti.
“Una volta discesi siamo stati trasportati in un centro di salute per delle cure preliminari. Poi, siamo stati scortati in un hotel ad Agrigento” dove “ci siamo fatti la prima doccia in Europa. Stavamo abbandonando la cultura libica. Ci fu servito il primo pasto italiano e ci siamo riposati”. “Ormai – si legge – eravamo liberi. Il mare non era piu’ il nostro incubo. L’indomani avevo acquistato un telefono e chiamai mia sorella per informarla che ero in Italia. Sentii la sua gioia dall’altra parte del telefono e i suoi ringraziamenti a dio. Quanto a me avevo le lacrime agli occhi perche’ ho pensato a mia madre. Dopo tanto lottare ora stavano arrivando i risultati ma sfortunatamente lei non c’era piu’ per esprimere i suoi sentimenti. Ma io so che ovunque si trovi lei sara’ felice. Durante le nostre passeggiate in citta’ non avevamo ancora realizzato che dopo tutti quei momenti pericolosi eravamo arrivati. Ci volle pazienza coraggio perseveranza e soprattutto la grazia di dio per proteggermi in questo mio cammino. Si ero certamente in Europa ma non tutto era stato vinto. Avevo chiuso con la civilta’ araba ed ora dovevo avvicinarmi a quella europea”. Oggi Dominique e’ un uomo sposato “anche se per il momento mia moglie e’ ancora in Costa d’avorio, spero di riuscire a farla venire presto”, ha tutti i documenti in regola, studia Lingue e Letterature straniere all’Universita’ di Padova e lavora in un’azienda che stampa etichette dove e’ addetto al controllo qualita’. “Dopo tanti anni di lotte e battaglie sono finalmente sulla via della realizzazione personale” dice soddisfatto. Dal 2018 collabora con Amref Health Africa Onlus portando la sua testimonianza di migrazione nelle scuole secondarie e negli eventi per la cittadinanza per combattere razzismo e xenofobia e lavorare su una corretta e destereotipata narrazione della migrazione e dei migranti. (AGI)
