Continuavano a occuparsi dell’impresa nonostante fosse stata sequestrata e confiscata con la compiacenza di un amministratore giudiziario. E’ quanto scoperto dall’indagine della Dda di Messina che ha portato all’arresto di 15 persone, 14 in carcere e una agli arresti domiciliari in esecuzione di un’ordinanza del gip per, a vario titolo, i reati di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, e per estorsione, peculato, trasferimento fraudolento di valori, violazione della pubblica custodia di cose e sottrazione di cose sottoposte a sequestro, con l’aggravante del metodo e della finalita’ mafiosi. Le indagini della Squadra Mobile e del Sisco – coordinate dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e condotte dai sostituti Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonella Frada’ – si sono concentrate su un’impresa di Barcellona Pozzo di Gotto attiva nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, smaltimento di rifiuti speciali e demolizione dei veicoli gia’ destinataria di diversi provvedimenti giudiziari di sequestro e confisca.
Sin dal primo provvedimento di sequestro, la ditta era stata affidata all’amministrazione di un commercialista, nominato amministratore giudiziario a giugno 2011. I provvedimenti giudiziari avevano riconosciuto la riconducibilita’ dell’impresa alla “famiglia mafiosa barcellonese”, essendo stata gestita da un noto pregiudicato per reati di Mafia, figlio della titolare intestataria dell’impresa, ritenuto esponente apicale, attualmente detenuto. Tuttavia, nonostante i diversi provvedimenti di sequestro e confisca, le indagini hanno scoperto che pur a fronte di una amministrazione giudiziaria formalmente insediata da piu’ di 13 anni per la gestione dell’impresa, l’esponente di vertice della cosca mafiosa locale dei barcellonesi avrebbe gestito, quale “titolare di fatto”, l’impresa sottoposta ad amministrazione giudiziaria. I guadagni illeciti sarebbero arrivati dalla vendita di pezzi di ricambio usati senza titolo fiscale e lo smaltimento di rifiuti non censiti.
I guadagni finivano un borsello nero e poi gestiti. Tutto cio’, come emerso dalle indagini sarebbe stato possibile, grazie ai comportamenti dell’amministratore giudiziario. L’impresa sarebbe stata utilizzata, come strumento di illecito arricchimento, attraverso la continua appropriazione del denaro, non contabilizzato, dalle casse; conseguendo, in tal modo, il risultato della percezione, agli occhi della comunita’, di un’organizzazione mafiosa in grado di gestire un’azienda, nonostante ben due provvedimenti di confisca e relativa amministrazione giudiziaria. Situazione, questa, che avrebbe consentito agli indagati di allontanare un dipendente ritenuto non “affidabile”. (AGI)

