Una “improvvisa e allarmante recrudescenza di atti intimidatori” e il conseguente rischio di “una guerra di mafia” sono tra gli elementi che emergono dall’indagine che ha portato all’operazione con 51 arresti tra le province di Agrigento e Caltanissetta. L’inchiesta della Dda di Palermo ha fatto luce sulle dinamiche criminali dei clan di Porto Empedocle e Agrigento-Villaseta. L’escalation, secondo i carabinieri che hanno condotto l’indagine sul campo, sarebbe probabilmente dovuta “sia all’imposizione del rispetto della competenza territoriale sia ai tentativi di osteggiare l’egemonia del gruppo mafioso al vertice della famiglia di Agrigento-Villaseta”.
Si profilava, pertanto, “il concreto rischio che potesse verificarsi un crescendo di azioni intimidatorie che avrebbe potuto portare alla commissione di reati ancora più gravi”, ovvero quella che gli stessi indagati definiscono una vera e propria “guerra” di mafia. Per fermare questa escalation nel mese di dicembre è stato eseguito un fermo nei confronti di 24 indagati e furono effettuate numerose perquisizioni che portarono, tra le altre cose, al sequestro di un arsenale composto da numerose armi e munizioni anche da guerra. C’erano anche una bomba a mano e una pistola mitragliatrice calibro 9, oltre ad 80mila euro in contanti. (Dire)
