“No a racket, no usura. Denunciare conviene”. Anche sulle vetrine delle attività commerciali di Campobello di Licata, oggi, sono comparsi gli adesivi che invitano alla “ribellione”. Nel comune dell’Agrigentino si sono svolti una serie di incontri a scuola, poi quelli con gli esercenti e con gli imprenditori agricoli. Campobello di Licata è stato scelto quale prima tappa dopo che lo scorso 11 gennaio i giudici hanno, nell’ambito del processo nato dalla maxi operazione antimafia “Xydi”, condannato sette imputati. Fra loro – a 22 anni di carcere – anche il boss Giuseppe Falsone che è originario proprio di Campobello. Accanto a Eugenio Di Francesco, presidente dell’associazione regionale antiracket e antiusura “Rete per la Legalità Siciliaaps – Sos Impresa”, anche il comandante della compagnia dell’Arma dei carabinieri di Licata: il capitano Marco Massimino.
Dopo l’incontro con gli studenti, è stato fatto un giro fra negozi d’abbigliamento, panifici, bar, ristoranti e poi con 3 imprenditori agricoli ai quali è stato spiegato l’utilizzo del fondo di solidarietà. “È un sussidio che li porta all’economia legale, che è quello che a noi preme di più: fare in modo che l’imprenditore non cada mai nelle mani sbagliate”, ha spiegato Di Francesco. “Abbiamo scelto la vicinanza al mondo agricolo perché è il più colpito dopo gli abbattimenti di vigneti degli ultimi anni. Incisiva la presenza dei carabinieri perché è stata dimostrata vicinanza, senso di partecipazione al territorio. Spesso molti agrigentini hanno serie difficoltà a interfacciarsi con coloro che rappresentano lo Stato – ha concluso Di Francesco – . E oggi abbiamo abbattuto, ne sono certo, ogni remora”. (ANSA)
