
Nel box in lamiera del residence di viale Michelangelo in cui riceveva amici, sottoposti e sodali, il boss di Pagliarelli Antonino Rotolo, agli arresti domiciliari per motivi di salute, vide presentarsi, nel 2005, il costruttore Francesco Pecora: la richiesta era singolare, un’autorizzazione al divorzio tra la figlia dell’imprenditore ritenuto vicino alle cosche e Giovanni Motisi, 66 anni, detto il ‘Pacchione’, il grasso, all’epoca latitante gia’ da sette anni, il sicario prediletto dal capo dei capi, Toto’ Riina.
Una delle prove dell’esistenza in vita di Motisi, che aveva retto il mandamento di Pagliarelli mentre Rotolo si trovava in carcere e che aveva dovuto cedergli lo scettro dopo che il capo era andato in detenzione a casa, perche’ – grazie a magheggi vari – riusciva a farsi passare per malato grave. Quel giorno Rotolo fu secco e irremovibile e a Pecora rispose di no: “Nelle nostre famiglie queste cose non si usano”. Gia’ vent’anni fa pero’ quella richiesta di separazione era stata interpretata anche come un tentativo di dissimulare la morte di Motisi, come se la moglie, dovendo tenere segreto il decesso del marito, volesse comunque liberarsi da quel legame, ingombrante anche sotto il profilo penale e delle misure di prevenzione.
La separazione comunque non si fece. E la reale sorte di Motisi, sposato e nella lista dei latitanti piu’ pericolosi, e’ apparsa spesso incerta, anche di questi tempi, se e’ vero che l’ambasciata italiana a Bogota’ si e’ mobilitata per verificare le notizie della sua morte in una clinica della localita’ colombiana di Cali, come rilanciato da alcuni media. Pochi giorni fa, nella conferenza stampa servita per illustrare il maxiblitz dei carabinieri con 181 provvedimenti restrittivi, il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, era stato sibillino ma chiaro: “Per noi i latitanti non sono superlatitanti perche’ prima o poi li prendiamo – aveva detto – e nel caso di Motisi lo dobbiamo a Ninni Cassara’ e Roberto Antiochia”.
Di fatto “U Pacchiuni” e’ uno dei pochissimi ancora liberi, sui quali pende un ergastolo per la strage di viale Croce Rossa del 6 agosto 1985, vittime appunto il vicequestore e capo della Squadra mobile e l’agente che lo proteggeva. A lungo si e’ ipotizzata la morte di Motisi, ma nel periodo a ridosso della cattura di Matteo Messina Denaro (16 gennaio 2023) era stato diffuso un suo identikit realizzato con la tecnica di invecchiamento al computer dell’immagine “certa” piu’ recente. (AGI)
