Ha detto di avere visto il killer del marito, “giovane, all’incirca trent’anni”, Vincenza Scimeca, vedova del sindacalista di Caccamo (Palermo) Domenico “Mico” Geraci. La donna e’ stata sentita oggi dalla Corte d’assise di Palermo al processo per l’omicidio del marito, avvenuto nel paese a 50 chilometri dal capoluogo siciliano, la sera dell’8 ottobre 1998. Quel giorno Geraci, sindacalista della Uil e possibile candidato sindaco del centrosinistra, era tornato a casa alle 20,30 e poi sarebbe dovuto uscire di nuovo da casa per un appuntamento in cui si sarebbe dovuta discutere proprio la sua eventuale candidatura. “Sentii suonare il campanello, era lui, ma subito dopo sentii anche gli spari”, ha detto la teste rispondendo alle domande dei pm.
Visibilmente commossa ma ferma di fronte ai giudici, Scimeca ha detto di essersi subito affacciata al balcone e di avere visto cosi’ il sicario che sparo’ al marito, evidentemente appostato sotto casa, in attesa di Geraci. “Sono subito scesa, Mico era a terra. I vicini di casa hanno negato anche di aver sentito gli spari e di avere visto qualsiasi cosa. Mio marito era preoccupato – ha proseguito la donna – soprattutto nell’ultimo periodo. Aveva partecipato a un convegno su Mafia e piano regolatore, c’era in gioco la sua candidatura”. Proprio il rinnovamento di cui Mico Geraci si sarebbe fatto promotore cercando l’elezione a sindaco di Caccamo era mal visto dai boss. E per questo i due imputati, Pietro e Salvatore Rinella, fratelli capimafia di Trabia (Palermo), che faceva unico mandamento con Caccamo, avrebbero ordinato il delitto a due “cani sciolti” poi a loro volta uccisi. A volere l’esecuzione sarebbe stato comunque Bernardo Provenzano e il delitto sarebbe stato un favore all’allora superlatitante, catturato nel 2006 e morto nel 2016. (AGI)

