I carabinieri del gruppo Tutela patrimonio culturale di Roma, supportati dai reparti territoriali competenti, hanno eseguito 56 ordinanze di custodia cautelare emesse dai tribunali di Catania e di Catanzaro nei confronti di altrettante persone responsabili, a vario titolo, di far parte di gruppi criminali dediti agli scavi clandestini e alla ricettazione di beni archeologici trafugati. Oltre duecento i militari impegnati. L’operazione è stata denominata Ghenos.
L’operazione ha riguardato le province di Catania, Messina, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Enna e Crotone, ma anche anche a Roma, Firenze, Ravenna, Ferrara e Forlì-Cesena. Le indagini si sono spinte, infine, fino al Regno Unito e alla Germania. Le due indagini, condotte parallelamente dai Nuclei Tpc di Palermo e Cosenza con il coordinamento delle Dda del capoluogo siciliano e di Catanzaro, hanno trovato un punto di confluenza quando è emerso che una squadra di ‘tombaroli’ siciliana, comparsa nell’indagine Ghenos, operava sia nell’Isola che in Calabria, in collaborazione con gli indagati dell’indagine Scylletium. Da qui la decisione di eseguire contemporaneamente le due ordinanze.
I reati che vengono contestati sonio, a vario titolo, associazione a delinquere, impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, impiego di denaro di provenienza illecita, furto di beni culturali, ricettazione di beni culturali, autoriciclaggio di beni culturali, violazione in materia di ricerche archeologiche, falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali, uscita o esportazione illecita di beni culturali, contraffazione di opere d’arte e ricettazione.
L’ordinanza emessa dal gip di Catania riguarda 45 indagati: nove in carcere e 14 ai domiciliari, mentre per 17 è stato imposto l’obbligo di dimora e per quattro l’obbligo di firma. Il 45esimo indagato, titolare di una casa d’aste, ha ricevuto la sospensione di un anno dall’esercizio d’impresa. L’indagine Ghenos aveva portato nella prima fase al sequestro di circa diecimila reperti archeologici, di cui circa 7 mila monete antiche riconducibili a diverse tipologie di conio raro, di epoca greca emesse nei territori della Magna Grecia e della Sicilia: vi sono esempi rarissimi di emissioni di monete in bronzo di eccezionale importanza storico-culturale appartenenti alle zecche di Heraclea, Reggio, Selinunte, Katane, Siracusa, Panormos e Gela.
Un altro gruppo di monete bronzee provenivano da produzioni minori della cuspide nord-orientale dell’Isola, quali Calactae, Alaesa Archonidea, Alontion e Tyndaris, quasi tutte in eccellente stato di conservazione. Alcune emissioni sono state ritenute da esperti numismatici di elevato interesse storico e scientifico per la loro rarità. Le perquisizioni eseguite nel mese di novembre scorso hanno permesso di scoprire nell’area catanese anche un laboratorio (una zecca clandestina) utilizzato per la produzione di falsi manufatti archeologici in ceramica e per la contraffazione di monete e rame allo stato puro (stampi, strumenti per la colatura, conii e bilancini).
Tra le migliaia di reperti, sono stati sequestrati reperti monetali archeologici, in bronzo e in oro, alcuni rari o unici esemplari, centinaia di reperti fittili, tra cui crateri integri a figure nere e rosse, chiodi e frammenti, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi, monete rudimentali in bronzo. Il valore economico complessivo dei reperti sequestrati ammonta a 17 milioni di euro. L’indagine era stata avviata nel 2021, a seguito della denuncia della dirigenza del Parco Archeologico di Agrigento per i numerosi scavi clandestini compiute dal giugno 2019 nel sito archeologico di Eraclea Minoa, nel territorio di Cattolica Eraclea.
In azione tombaroli paternesi e lentinesi che, organizzati in diverse squadre, avevano portato a termine ben 76 scavi clandestini nelle aree archeologiche siciliane e, in due circostanze, anche nel sito calabrese di Scolacium. L’inchiesta si è poi sviluppata anche sul piano internazionale, con perquisizioni e sequestri eseguiti in Germania. Magistrati catanesi e carabinieri di Palermo hanno così scoperto una complessa articolazione criminale, composta da più bande dedite agli scavi clandestini e al traffico illecito di reperti archeologici, anche a livello internazionale. Ricostruita l’intera filiera associativa che, nella tipica struttura organizzativa denominata archeomafia, si compone dei diversi ruoli che partono dalla base con le squadre dei tombaroli specializzati nello scavo clandestino. Il sodalizio si componeva anche dei ricettatori locali, fino a raggiungere le figure dominanti dei trafficanti internazionali del mercato illecito dell’arte. In Calabria le ordinanze emesse sono state undici.
L’indagine, partita nel 2022 e conclusasi nell’ottobre 2024, ha preso il via da una serie di accertamenti di iniziativa da parte dei militari dello speciale reparto dell’Arma, a seguito dei quali è stata riscontrata la presenza di numerosi scavi clandestini condotti all’interno di vari siti archeologici. Le successive investigazioni hanno consentito di accertare condotte illecite collegate al traffico di reperti archeologici provenienti da scavi clandestini operati all’interno dei parchi archeologici nazionali di Scolacium, Roccelletta di Borgia (Catanzaro); dell’antica Kaulon a Monasterace (Reggio Calabria) e di Capo Colonna (Crotone), nonché in altre aree private del territorio della provincia di Crotone.
Al vertice del gruppo criminale si collocano, nella veste di promotori, due persone entrambe residenti in provincia di Crotone, cultori di archeologia e conoscitori dei luoghi in cui reperire materiale archeologico. Le indagini sono state condotte anche con la collaborazione della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Catanzaro e Crotone e con l’ausilio della Direzione regionale musei Calabria, che hanno fornito un fattivo contributo secondo le specifiche competenze.
