Un confronto intenso, partecipato e per molti versi anche toccante quello promosso da RiberaLab sul tema delle dipendenze, reso possibile grazie all’impegno di Vincenzo Rossello e alla collaborazione di tutta l’associazione, che ha voluto dedicare un momento di riflessione ad un problema sempre più diffuso e preoccupante.
“L’incontro – si legge in una nota – ha visto la presenza di operatori sanitari, istituzioni, associazioni e cittadini, chiamati a confrontarsi su un fenomeno complesso che riguarda non solo la tossicodipendenza, ma anche le dipendenze da alcol e gioco d’azzardo, sempre più diffuse e sempre più precoci. Ad aprire la serata è stata la dottoressa Gabriella Schembri dell’ASP di Agrigento, che ha introdotto il tema sottolineando la necessità di affrontare il fenomeno con un approccio integrato, capace di mettere in rete servizi sanitari, istituzioni, scuola e comunità.
Subito dopo sono stati presentati i dati aggiornati del SERD. La dott.ssa Giacomina Di Francesco, insieme all’assistente sociale Giusy Perricone, ha fornito numeri che hanno colpito profondamente i presenti: da gennaio ad oggi sono stati presi in carico 70 uomini e 18 donne. Un dato che evidenzia un fenomeno in crescita e che preoccupa ancora di più se si considera l’abbassamento dell’età: ragazzi di 13 e 14 anni fanno già uso di crack. La dott.ssa Di Francesco ha inoltre spiegato in modo particolareggiato il ruolo del SERD e le modalità di intervento del servizio, illustrando come il lavoro si sviluppi attraverso percorsi multidisciplinari che comprendono assistenza sanitaria, supporto psicologico, accompagnamento sociale e programmi di riabilitazione. Ha evidenziato come il servizio segua i pazienti lungo tutte le fasi del percorso, dalla presa in carico alla terapia, fino al reinserimento sociale, sottolineando al tempo stesso le difficoltà operative legate al numero ridotto di operatori rispetto alle crescenti richieste del territorio.
È stato evidenziato anche – prosegue la nota – come il servizio operi con personale limitato: una psicologa, due infermieri, due assistenti sociali e un medico presente solo poche ore a settimana. Una struttura che fatica a rispondere alle richieste crescenti del territorio, tanto che, in alcuni casi, si è dovuto rinunciare agli interventi di prevenzione nelle scuole per non lasciare scoperto il servizio. Nel corso della serata è intervenuta anche la dottoressa Katia Scorsone, del centro di ascolto e orientamento Casa dei Giovani, che ha ricordato la nascita del centro dopo la morte per overdose del giovane Alessio. Da quella tragedia è nata una rete di persone disponibili a mettersi in gioco per aiutare chi si trova in difficoltà.
Il dottor Dario Ruvolo, psicologo e responsabile delle attività del Distretto D6, ha evidenziato le difficoltà operative dei servizi territoriali e la necessità di rafforzare la rete tra istituzioni e comunità. Particolarmente toccante è stata anche la testimonianza di un ex tossicodipendente, che ha raccontato il proprio percorso iniziato a sedici anni e concluso dopo molti anni di dipendenza. Oggi è padre e ha ricostruito la propria vita, ma ha sottolineato come senza una rete sociale e senza persone disposte ad aiutare sia difficile uscire dal tunnel della dipendenza. Ha insistito soprattutto sulla prevenzione nelle scuole e sul ruolo degli amici e dei compagni di classe.
Successivamente è intervenuto padre Nuara, che ha posto l’attenzione sulla prevenzione e sul ruolo del tempo libero. Se diciamo ai ragazzi di non bere o di non drogarsi, ha spiegato, loro ci chiedono cosa offriamo in alternativa. E spesso la risposta è niente. Secondo padre Nuara il problema principale è proprio l’assenza di spazi e opportunità per i giovani. Ha raccontato la sua esperienza pastorale, sottolineando l’importanza degli oratori, dello sport, dei laboratori e dei momenti di aggregazione. Ha ricordato la sua esperienza a Montallegro, dove la chiesa rimaneva aperta dalle sette del mattino fino a mezzanotte, con attività quotidiane e la presenza di numerosi animatori. In trent’anni, ha spiegato, i casi di droga registrati furono appena sei. Padre Nuara ha inoltre ricordato il progetto di un grande oratorio che avrebbe voluto realizzare accanto alla chiesa di San Francesco, con aule laboratori, sala teatro, biblioteca e campetti sportivi. Un progetto che non è mai stato realizzato, ma che rappresenta, nelle sue parole, la dimostrazione concreta di quanto sia necessario investire in strutture per i giovani. Subito dopo è intervenuto don Giuseppe Argento, che ha posto l’accento sull’importanza della sinergia e del lavoro di rete. Ha ricordato come il centro di ascolto sia nato proprio grazie alla collaborazione tra più realtà dopo la morte del giovane Alessio, sottolineando che quando la comunità si mette insieme nascono idee e soluzioni. Nel suo intervento ha raccontato episodi significativi che evidenziano la complessità del fenomeno, come quello di un giovane che si trovò accanto a un ragazzo di diciassette anni mentre acquistava droga, con lo spacciatore che gli chiese se volesse la stessa sostanza venduta al padre. Un episodio che mette in evidenza come il problema coinvolga spesso intere famiglie. Don Giuseppe Argento ha inoltre sottolineato come esistano famiglie che chiedono aiuto, ma anche famiglie che negano il problema o cercano di nasconderlo. Ha ricordato anche le difficoltà legate alle segnalazioni alla procura minorile, che spesso non producono interventi concreti, lasciando operatori e volontari senza strumenti adeguati.
A chiudere l’incontro è stato il dottor Giuseppe Ruvolo, presidente di RiberaLab, che ha proposto una riflessione più ampia e culturale sul fenomeno delle dipendenze, introducendo il concetto greco di “pharmakon”, termine che indica qualcosa che può essere allo stesso tempo rimedio e veleno. Ruvolo ha sottolineato come le droghe, così come le medicine o l’alcol, possano essere comprese dentro questa ambivalenza: il problema non è solo la sostanza, ma la capacità di discernere quando qualcosa diventa dannoso e distruttivo. Una riflessione che si estende anche al ruolo dello Stato, che da una parte organizza servizi di cura e prevenzione, dall’altra regolamenta attività come il tabacco, l’alcol o il gioco, che possono generare dipendenze. Secondo Ruvolo non esiste una soluzione semplice o universale, né la sola repressione né la liberalizzazione rappresentano risposte definitive. Tutto dipende dalla consapevolezza dei cittadini e dalla crescita culturale della comunità. La prevenzione, ha concluso, passa soprattutto attraverso la cultura, la consapevolezza e la capacità di offrire alternative. Non solo controllo e repressione, dunque, ma anche educazione, spazi di crescita e opportunità positive, perché una società più consapevole è anche una società più libera. Proprio in questa prospettiva, il professor Ruvolo ha anche accennato ad un progetto di RiberaLab che partirà a breve, pensato proprio come strumento di prevenzione culturale. L’iniziativa prevede incontri itineranti nei diversi luoghi della città, durante i quali i partecipanti potranno avvicinarsi alla cultura attraverso la lettura condivisa di un libro, seguita da momenti di confronto e discussione collettiva. L’idea è quella di creare occasioni di incontro semplici ma significative, capaci di coinvolgere giovani e adulti, offrendo spazi di dialogo e riflessione. Secondo Ruvolo, la cultura può diventare un’alternativa concreta alle forme di dipendenza, contribuendo a costruire comunità più consapevoli e più forti. Il progetto nasce proprio dalla convinzione che la prevenzione non passi soltanto attraverso divieti e controlli, ma anche attraverso la creazione di opportunità culturali e relazionali, capaci di rafforzare il tessuto sociale e favorire una crescita collettiva”.
