”È un film che parla di morte ma anche di teatro e celebra la vita”. Definisce così su Repubblica, Paolo Taviani, il suo film, che firma da solo e dedica al fratello Vittorio, ‘Leonora addio’ in concorso alla Berlinale e in sala da domani. E ricorda la pellicola di dieci anni fa ‘Cesare deve morire’, ”l’accoglienza inaspettata. Eravamo contenti per i detenuti che avevano lavorato con noi. Io e Vittorio avevamo fatto il cinema folgorati da Paisà di Rossellini. Quando lui ci aveva dato la Palma d’oro a Cannes, il cerchio si era chiuso. Un altro premio e dicemmo: basta concorrere con le nuove generazioni. Ma nel 2012 i detenuti ci chiesero la gara per avere più attenzione. La sera della premiazione il direttore di Rebibbia fece ascoltare loro la cerimonia alla radio. Quando fu annunciata la vittoria ci fu un urlo collettivo, da fuori si pensò a una rivolta. Sono tornato in concorso per avere visibilità, qualcuno in più forse andrà a vedere il film”. “Io e Vittorio – racconta Paolo – siamo partiti insieme, io avevo 16 anni e lui 18. Abbiamo affrontato tutto insieme, cinema, vita, emozioni. Nel film c’è la dedica che ho scritto a mano per lui. Se non firma con me è perché ha chiesto, prima di morire, che non ci fosse il suo nome su cose che non poteva controllare. Ma per me è sempre stato al mio fianco.
Ci piaceva tanto girare insieme che ci litigavamo le scene. In ‘Una questione privata’ a ogni ciak mi voltavo a cercare la sua approvazione, anche se era a Roma. Stavolta ho sentito il suo sguardo. Con Vittorio avevamo scritto un primo soggetto su ‘Il chiodo’. ‘Leonora addio’ invece era legato a un racconto che ho tolto dal film, ma ho tenuto il bel titolo”. ”Non è un film per chiudere la partita – dice ancora a proposito di ‘Leonora addio’ – né Vittorio avrebbe voluto chiuderla, però si è ammalato. Ho tanti progetti, mi dicono “e mo’ basta” ma il set è il mio elemento naturale. Abbiamo girato in Sicilia con 37 gradi, siamo stati interrotti dalla pandemia, ad Agrigento c’è stato un positivo nella troupe e un esodo con ogni mezzo. Poi la calura di Cinecittà. Non sentivo la fatica. A casa ero sfinito, ma il set è vita”, così come questo film racconta ”il mio vissuto”. Il presente ”non lo capisco. Nel film sottolineo il momento in cui il ragazzo dice che ha ucciso la bambina perché ‘il chiodo mi ha spinto a farlo’, cose surreali che mi ricordano l’atmosfera di oggi. L’ho sentito contemporaneo, questo film”. (Adnkronos)
