Terremoto del Belice del 1968
Devastazione e sogno di un riscatto. Cinquantasette anni fa, nel 1968, l’Italia veniva sconvolta dalla prima grave emergenza del dopoguerra. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio un violento terremoto di magnitudo 6.5 colpisce la Sicilia occidentale e, in particolare, le province di Palermo, Trapani e Agrigento. La Valle del Belice e’ devastata. Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta sono rase al suolo. Gravemente danneggiate anche Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Scafani, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi e Santa Margherita del Belice.
Il bilancio e’ pesantissimo: 296 persone perdono la vita, oltre mille restano ferite e quasi 100 mila sono senza casa. La catastrofe mette in luce anche la fatiscenza delle abitazioni, che non reggono alle scosse. Il patrimonio edilizio rurale subisce danni irreparabili, con ripercussioni gravi sull’economia quasi esclusivamente agricola. Inizia cosi’ un lungo periodo sismico che si conclude un anno piu’ tardi, nel febbraio del 1969. Innumerevoli le scosse, le piu’ forti delle quali tra il 14 ed il 25 gennaio 1968 quando – con le squadre di soccorritori ancora a lavoro tra le macerie – una violenta replica provoca la morte di un vigile del fuoco e ulteriori danni tra Palermo e Sciacca.
La difficile gestione dell’emergenza, i ritardi nei soccorsi, le persone senza casa costrette all’emigrazione: il terremoto del Belice segna pesantemente la storia italiana del dopoguerra e migliaia di famiglie vedono la propria vita cambiare per sempre. Dopo i primi drammatici mesi, i terremotati del Belice arrivano a Roma per far sentire la propria voce e la parola e’ una sola: ricostruzione. Il 2 marzo del 1968 terremotati e studenti si incontrano in Piazza Colonna, davanti al Parlamento, e chiedono al presidente del Consiglio Aldo Moro una legge ad hoc per lo sviluppo della valle del Belice.
Quella del Belice sara’ una ricostruzione molto lunga, i centri abitati saranno spostati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto senza tenere realmente conto delle esigenze di vita e di lavoro degli abitanti del luogo. Le cicatrici sono ancora evidenti e la ricostruzione e’ ancora un processo in corso. Tuttavia, grazie anche al momento storico di grande fermento umano e culturale, il Belice diventa un laboratorio a cielo aperto e la stessa citta’ di Gibellina e’ ricostruita a partire dal contributo di intellettuali e artisti come Sciascia, Consagra, Schifano, Pomodoro, Paladino.
Il “Grande Cretto” di Alberto Burri e’ un simbolo potente di questo intervento. L’opera contemporanea, tra le piu’ estese al mondo, sorge sulle macerie di Gibellina che l’artista “cristallizza” rende eterne con il cemento. Una veste bianca, che copre e al tempo stesso protegge la citta’ distrutta dal terremoto e la memoria della sua gente. Proprio Gibellina, per la sua storia, forte, dolorosa ed evocativa, e per quella di tutto il Belice, e’ stata proclamata Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026. Una designazione che ha il sapore del riscatto. In quella notte, il terremoto la distrusse. Il centro abitato venne raso al suolo e si contarono solo qui circa 150 morti. Il paese fu interamente ricostruito a diciotto chilometri di distanza dando vita al museo en plein air piu’ grande del mondo. Numerosi artisti contribuirono, infatti, alla ricostruzione punteggiando il paesaggio con sculture e architetture ardite che si possono ammirare passeggiando per le vie. Anche i ruderi del terremoto furono trasformati in opera d’arte da Alberto Burri che, ricoprendoli con una colata di cemento, ne fece un enorme Cretto.
Al Museo Civico di Arte Contemporanea si possono ammirare le opere dei principali artisti che operarono a Gibellina nel periodo della ricostruzione: Accardi, Consagra, Rotella, Guttuso, Schifano e Sanfilippo, solo per citarne alcuni. Nel periodo estivo, la rassegna delle Orestiadi continua la vocazione avanguardista del luogo con una rassegna di teatro, poesia, arti visive e musica. Sul fianco scosceso della montagna su cui sorgeva Gibellina vecchia, si dispiega l’enorme coltre di cemento bianco, il Cretto di Alberto Burri, straordinaria opera di land art che come un bianco sudario, ricopre i ruderi della citta’. Per la collocazione Sud-Sud-Est e le vaste proporzioni, risulta ben visibile da lontano e dalle vicine Salaparuta e Poggioreale: l’impressione che suscita e’ amplificata dal singolare contrasto con l’aspro ambiente circostante, a tratti coltivato con filari ordinati di vigneti sulle colline. Quel grande museo en plein air con sculture ed edifici di pregio, voluto dal sindaco della ricostruzione, Ludovico Corrao, ha voluto ridare vita e senso agli ampi spazi e al contempo aiutare gli abitanti a ricostruire un’identita’ e una storia. (AGI)
