“Non c’è stato un impegno giudiziario serio, continuo e competente, nel mettere sotto i riflettori la genesi e la dinamica dell’assassinio di Gaetano Costa. Le due sentenze della corte d’assise di Catania sono vittime delle scarse indagini che sono state effettuate. Ma si mette in evidenza come non si potessero avere dubbi, oltre Inzerillo, che dietro vi fossero anche un insieme di capomafia che fossero interessati all’omicidio, perché potevano percepire di essere messi in pericolo dalla indagini innovative che Gaetano Costa cominciava a svolgere e che purtroppo non ebbe il tempo di svolgere. E’ sorprendente la superficialità e l’approccio riduttivo con il quale le indagini sono state svolte”.
Così il giurista e storico esperto di diritto penale e del fenomeno mafioso, Giovanni Fiandaca, parlando nel corso di una giornata, organizzata dalla Fondazione Gaetano Costa, a Palazzo Branciforte a Palermo, in memoria del figlio del procuratore Michele, scomparso un anno fa. Michele Costa, nel corso della sua vita si è battuto per la ricerca della verità sull’uccisione del padre, avvenuta il 6 agosto del 1980, in via Cavour a Palermo. “Riaprire le indagini sulla morte di Gaetano Costa, come annunciato dalla famiglia – prosegue – ci mette di fronte al fatto che dopo 45 anni alcuni dei responsabili potrebbero essere morti, però credo che sia giusto impegnarsi ancora per tentare di saperne di più. Penso che questo sia il migliore modo di onorare la figura di Michele Costa”, conclude Fiandaca. (ANSA)

