Terre da coltivare attraverso cooperative giovanili e casolari, magazzini ma anche ville e appartamenti da adibire a strutture pubbliche come scuole, centri sociali, agriturismo e altro.
Sono i beni confiscati a Cosa nostra agrigentina, la maggior parte dei quali non ancora utilizzati a fini sociali o istituzionali per come prevede la legge Rognoni-La Torre. In alcuni casi, però, l'utilizzo sociale dei beni mafiosi è già una realtà.
E dopo la “svolta del 2007”, anche nel 2008 prosegue più celermente lo “smaltimento” degli immobili requisiti. Lo afferma l'Agenzia del Demanio, responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca fino alla loro destinazione. Fino a quando non viene seminato il “seme della legalità”.
DOCUMENTI – Elenco beni confiscati in provincia di Agrigento, comune per comune (Dati dell'Agenzia del Demanio)
A Canicattì, che ha il record delle confische nell'Agrigentino con 26 immobili, in questi giorni i soci della cooperativa “Lavoro e non solo” e i giovani volontari provenienti da alcune regioni italiane, stanno vendemmiando nelle terre in contrada “Graziano Di Giovanna” che furono del boss Diego Guarneri, ucciso alcuni anni fa mentre a bordo di un'autovettura si stava recando proprio in quel terreno che lo Stato ha poi confiscato ai suoi familiari.
Il secondo posto della classifica spetta a Naro, dove è stato scoperto dalle Forze dell'ordine uno degli ultimi “covi” del superlatitante di Campobello di Licata, Giuseppe Falsone, in uno dei 16 beni espropriati, adesso è stato realizzato “un bellissimo Centro di aggregazione sociale in contrada Robadao, l'opera sarà consegnata alla collettività entro un mese”.
Segue con 15 confische, Cattolica Eraclea, dove intanto, la villa dalla quale fuggì alla maxi retata Akragas uno dei presunti complici del commando che uccise il maresciallo Giuliano Guazzelli, è stata destinata all'Arma dei carabinieri, intenzionata a realizzarne una foresteria.
Mentre a Favara, uno dei beni confiscati al presunto capo della Stidda favarese, Francesco Barba, arrestato da latitante nel 1995 per mafia e omicidio, è stato adibito a verde pubblico. Si chiama “Il Giardino della memoria”, è in via Enrico Berlinguer. Un altro immobile in via Alfredino Rampi è diventato un centro destinato ad attività sociali per l'educazione dei giovani favaresi alla legalità.
Ad Agrigento, a Cannatello, vicino al mare, dove trascorse la sua latitanza Giovanni Brusca, è stata costruita invece una Casa famiglia per minori che presto aprirà i battenti. E a Siculiana, in una struttura confiscata al presunto boss Alfonso Caruana, sono già stati ultimati i lavori di un Centro per servizi di informazione, accoglienza, educazione ambientale e alla legalità e per la fruizione del mare.
A Casteltermini i comune ha già assegnato alla cooperativa “Pio La Torre – Libera Terra”, un appezzamento di 15 ettari, confiscato al presunto boss di Grotte Vincenzo Licata, in contrada Fontanafredda, dove è già cominciata la coltivazione a vigneto.
Anche a Ribera work in progress verso il riutilizzo a fini sociali dei beni mafiosi. Dopo la recente assegnazione di terreni e casolari confiscati, l'amministrazione comunale riberese si è già adoperata per l'assegnazione a Libera, l'associazione antimafia guidata da don Luigi Ciotti che ha già fatto nelle scorse settimane un sopralluogo nelle terre di Monte Sara e Maenza, confiscate al presunto boss di Cattolica Eraclea, Domenico Terrasi, e a Gaetano Amodeo (deceduto prematuramente alcuni anni fa a causa di una malattia).
Così sono complessivamente 145 nell'Agrigentino, secondo gli ultimi dati aggiornati dalla Direzione generale Area beni confiscati del Demanio dello Stato, gli immobili requisiti alla mafia, ma soltanto 60 di questi sono già stati destinati alle pubbliche amministrazioni e utilizzati a fini sociali o in attesa di utilizzo, altri 85 sono ancora in via di assegnazione. Gli amministratori che non utilizzano i beni che gli vengono consegnati dal Demanio rischiano un'indagine per omissione di atti d'ufficio e favoreggiamento alla mafia.
Dagli immobili confiscati nasce dunque lavoro per i giovani attraverso le cooperative sociali, ma la riappropriazione dello Stato dei beni espropriati alla mafia assume anche uno straordinario significato culturale e di forte contrasto alla criminalità organizzata. “Perchè i mafiosi – come ha detto il prefetto Umberto Postiglione durante la consegna dei beni al comune di Ribera – temono più la confisca dei patrimoni che le condanne, ma è giusto che un patrimonio acquisito attraverso l'illegalità ritorni alla collettività".![]()
