
Caro Presidente, caro Segretario,
mi rivolgo a voi per condividere alcune considerazioni riguardanti il tema del cofinanziamento dei fondi strutturali 2014-2020 e, più complessivamente, le prospettive di sviluppo del meridione del Paese con particolare riferimento alla Sicilia.
Credo, e lo faccio con particolare apprensione e preoccupazione, di potere affermare che il tema dello sviluppo del Mezzogiorno è pressoché scomparso dalle priorità dell’agenda politica italiana da alcuni anni, malgrado gli effetti della crisi economica – come confermato da tutte le statistiche e previsioni economiche recenti – siano stati più devastanti nelle regioni già in ritardo di sviluppo.
In questo senso, ritengo che la recente visita del Premier, Matteo Renzi, al sud ed in particolare in Sicilia, abbia riacceso i riflettori sull’esigenza di far ripartire il mezzogiorno del Paese, attraverso investimenti strutturali in grado di programmare lo sviluppo e la ripresa.
Negli ultimi mesi si è finalmente accesso un certo dibattito sul tema dei fondi strutturali destinati all’Italia e in particolare alle regioni meridionali.
Dibattito che purtroppo si è spesso incentrato non sulle questioni di fondo ,vale a dire su quali interventi e settori concentrare le risorse disponibili, ma su una visione parziale e a tratti caricaturale del modo in cui la politica di coesione europea è stata attuata e concepita nel nostro Paese.
In questo contesto si inserisce la forte attenzione che gli organi di informazione hanno riservato alla proposta, avanzata da autorevoli esponenti del mondo accademico – quali Roberto Perotti e Tito Boeri -, secondo la quale l’Italia dovrebbe rinunciare a parte dei fondi strutturali ad essa già assegnati dall’Unione europea per il periodo 2014-2020.
Tale rinuncia sarebbe giustificata dalla conclamata incapacità del nostro Paese di spendere efficacemente le risorse erogate dal bilancio europeo e la corrispondente quota di cofinanziamento statale e regionale, dimostrata sia dalla bassa percentuale di fondi spesi sia dal cattivo uso che ne verrebbe fatto.
Non utilizzando parte dei fondi europei, secondo Perotti e Boeri, l’Italia “risparmierebbe” le risorse che sarebbe altrimenti obbligata a versare a titolo di cofinanziamento nazionale e che sarebbero inesorabilmente destinate ad interventi di scarsa utilità e spesso allo spreco.
Queste risorse potrebbero invece essere, a loro avviso, destinate a misure più urgenti ed efficaci, come, ad esempio, la riduzione della pressione fiscale.
Queste proposte – come ha giustamente osservato con argomentazioni dettagliate e rigorose il Prof. Gianfranco Viesti – si fondano su una scarsa conoscenza della finalità e dell’articolazione della politica di coesione e pretendono di trarre lezioni da casi oggettivi di cattivo funzionamento e gestione dei fondi strutturali ignorando, invece, le realizzazioni positive che non mancano nel nostro Paese.
Alla base del ragionamento di Perotti e Boeri si pone infatti una tesi non dimostrata se non mediante il ricorso ad aneddoti o studi parziali: qualsiasi politica di sviluppo in favore del Mezzogiorno sarebbe destinata a fallire per l’incapacità strutturale delle Istituzioni e delle amministrazioni statali e regionali.
Tale tesi, a mio avviso,è assolutamente inaccettabile perché nega anzitutto alla radice il ruolo della politica e delle Istituzioni rappresentative che dovrebbero rinunciare a priori ad attuare interventi di riequilibrio territoriale; e perché nasconde in modo neanche troppo velato la convinzione di una antropologica inettitudine e disonestà dei cittadini e delle classi dirigenti meridionali.
Ha destato pertanto una certa preoccupazione la notizia, anch’essa comparsa su alcuni organi di stampa, per cui il Governo starebbe valutando una rimodulazione della quota di cofinanziamento nazionale per gli interventi sostenuti dai fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea relativi al periodo 2014-2020.
Per evitare fraintendimenti e pericolose approssimazioni è bene partire da alcuni dati oggettivi.
La previsione di una quota nazionale di cofinanziamento e la sua quantificazione rispondono a precisi obblighi posti dalla disciplina europea che stabilisce, in particolare, le percentuali massime del contributo finanziario europeo per ciascun progetto sostenuto dai fondi strutturali.
L’accordo di partenariato (la cornice della programmazione 2014-2020 dei fondi europei destinati all’Italia), sottoposto dal Governo alla Commissione europea nello scorso aprile, prevede un cofinanziamento nazionale di 42,4 miliardi di euro, a fronte di risorse stanziate dal bilancio europeo in favore dell’Italia pari a circa 43,8 miliardi di euro, di cui 32,2 miliardi dei fondi strutturali (Fondo europeo di sviluppo regionale – FESR e Fondo sociale europeo – FSE) e 10,4 miliardi di euro del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR).
Il Governo intenderebbe, sempre secondo quanto riportato da notizie di stampa, procedere alla riduzione in valori assoluti della quota di risorse nazionali destinata ai progetti sostenuti dai fondi strutturali con contestuale aumento, in termini percentuali, del contributo a carico del bilancio dell’Ue, che resterebbe immutato in valori assoluti. In questo modo si migliorerebbero i saldi di finanza pubblica, tenuto conto che gli stanziamenti destinati al cofinanziamento statale e regionale che, malgrado le richieste formulate dal nostro Paese, sono computati ai fini del rispetto delle soglie di indebitamento previste dal Patto di stabilità e crescita.
Si tratta di una opzione prevista, a certe condizioni, dalla disciplina europea che tuttavia esige che siano rispettati, al termine dell’intero periodo di programmazione, i principi del cofinanziamento e della addizionalità degli interventi dei fondi rispetto a quelli nazionali.
In altre parole, non si possono ridurre le risorse nazionali complessive per il periodo 2014-2020 (i 42 miliardi di euro sopra indicati) pretendendo che l’UE eroghi interamente quelle a carico del bilancio europeo (43 miliardi circa).
Sebbene non appaiono chiare le modalità e gli effetti della rimodulazione del cofinanziamento in questione, un dato è pertanto chiaro e va tenuto presente: ove si decurtasse l’importo complessivo del cofinanziamento indicato nell’accordo di partenariato, ad esempio dimezzandolo, l’Italia rinuncerebbe ad avvalersi di una quota consistente delle risorse ad esse assegnate nell’ambito della programmazione 2014-2020.
La rinuncia ad utilizzare parte dei fondi europei già destinati all’Italia produrrebbe gravissimi effetti negativi a livello europeo e nazionale.
Sotto il primo profilo, si registrerebbe un sensibile peggioramento del saldo netto, già negativo, nei rapporti finanziari tra Italia e Unione europea: il contributo del Paese al bilancio europeo rimarrebbe inalterato a fronte di minori trasferimenti a titolo di fondi strutturali.
L’Italia subirebbe inoltre un enorme danno, in termini di reputazione riconoscendo la propria incapacità ad avvalersi di risorse ad essa già attribuite!
Sul piano nazionale, la riduzione delle risorse europee e nazionali comporterebbe un gravissimo pregiudizio all’effettivo perseguimento di politiche di sviluppo soprattutto nelle regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), cui sono destinati circa 22 dei 32 miliardi di stanziamenti dei fondi strutturali.
Siamo certi che il Governo abbia ben presenti questi rischi e ne terrà conto nell’assumere le decisioni in materia. E’ tuttavia sorprendente che nel dibattito politico, in Parlamento come a livello regionale, compresa la Sicilia, siano state poche e isolate le iniziative volte a monitorare la situazione e a porre all’attenzione del Governo le istanze delle regioni interessate più direttamente.
Alla Camera ricordo che la Commissione politiche dell’UE ha avviato una apposita indagine conoscitiva nel cui ambito ha già sentiti i Professori Perotti e Viesti, portatori delle due visioni antitetiche in materia.
Ho inoltre presentato una interrogazione con la quale ho chiesto se realmente il Governo intenda rimodulare le risorse nazionali da destinare al cofinanziamento dei fondi strutturali e se abbia valutato gli effetti che una riduzione del cofinanziamento produrrebbe.
Sulla base di queste considerazioni, vi chiedo,nella vostra veste di massimi esponenti del Governo Regionale e del principale partito della maggioranza di promuovere una interlocuzione con i vertici del Governo Nazionale al fine di sviluppare un confronto serio e proficuo sul tema della programmazione 2014-2020, al fine di impedire che dalla eventuale rimodulazione la Sicilia ed il Meridione siano ulteriormente indebolite e relegate ad un ruolo assolutamente marginale sul piano Nazionale ed internazionale.
La regressione del sud e del mezzogiorno avrebbe conseguenze drammatiche sull’ intero Paese.
In un momento di crisi, come quello attuale, l’utilizzo dei fondi strutturali rappresenta ancora una straordinaria occasione per rilanciare la Sicilia ed il mezzogiorno.
Ritengo sia assolutamente necessario avviare un confronto su questi temi, perché solo attraverso l’occasione fornitaci dall’Europa la Sicilia potrà, attraverso metodologie di spesa corrette e progetti innovativi e di qualità dare nuovo impulso alle proprie economie e ritagliarsi un ruolo significativo in Italia e nell’area dell’Euro- Mediterraneo.
Agrigento li 29.08.2014 On. Maria Iacono

