Delitto Miceli a Cattolica Eraclea, sentiti in aula i due ex indagati che scapparano a un posto di blocco

Indagati per omicidio perché scapparono a un posto di blocco nelle stesse ore in cui il marmista Giuseppe Miceli veniva ucciso nel suo laboratorio a colpi di arnesi da scasso. «Siamo fuggiti perché l’auto era sprovvista di assicurazione». L’equivoco è stato chiarito e, ieri mattina, davanti alla Corte di assise presieduta da Wilma Angela Mazzara, Giuseppe Sala e Cesare Gurreri, citati dal pubblico ministero Paola Vetro, hanno risposto alle domande da semplici testimoni visto che l’inchiesta a loro carico è stata da tempo archiviata, come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola.

Il processo è quello a carico di Gaetano Sciortino, l’operaio di 55 anni accusato dell’omicidio, avvenuto il 7 dicembre 2015. Sala, peraltro, che lavora occasionalmente come giardiniere e muratore, è stato anche collega di Sciortino. Ieri, rispondendo all’avvocato Santo Lucia, difensore dell’imputato, ha rivelato un particolare curioso. «Con Sciortino non parlavamo mai di quello che era successo, nemmeno quando ho saputo di essere indagato». Gurreri e Sala, il 6 dicembre del 2015, trascorsero una serata a casa di quest’ultimo insieme alle famiglie. «Mancava il vino e abbiamo deciso di andare a prenderlo nel garage di Cesare», ha raccontato Sala. Il magazzino si trova davanti al laboratorio di Miceli dove qualcuno, in quei momenti (secondo l’accusa, sarebbe stato Sciortino), avrebbe ucciso Miceli. Né Sala né Gurreri ricordano se vi fosse il furgone della vittima. Al momento di rientrare a casa di Sala, la fuga all’Alt dei carabinieri. «È stata una stupidaggine ma l’auto non era assicurata», si è giustificato Sala.