Operazione Kerkent: storie di minacce mafiose, truffe e prestiti che ”lievitano”

Arrestato più volte per mafia e droga e finora sempre assolto. Dopo avere denunciato un’aggressione di cui era stato vittima, decise di andare molto oltre. E riempire pagine di verbali in cui – come racconta il Giornale di Sicilia – accusa il boss Antonio Massimino, il suo braccio destro Liborio Militello (che avrebbe voluto ucciderlo) e gli altri presunti componenti del clan. Antonino Mangione, 38 anni, di Raffadali, di recente assolto nell’operazione «Proelio», che ipotizzava un traffico di droga e abigeato sotto l’egida della mafia, e prima ancora scagionato nell’operazione «Nuova Cupola», passando per arresti per droga e vicende di vario spessore, chiede di essere sentito e mette a verbale tante rivelazioni che hanno contribuito a fare scattare l’operazione.

«Io ho conosciuto – dice lo scorso 30 maggio, dopo avere chiesto lui stesso di essere interrogato – Antonio Massimino quando era stato scarcerato una estate di due anni fa. Tano Pace di Palma di Mantechiaro che vendeva droga mi ha ceduto della droga da smerciare e con questi ho contratto un debito di 10 mila euro. Quando Massimino è stato scarcerato ha imposto a Pace di lasciare a lui il territorio dl Agrigento ma questi però ha voluto il pagamento di 10 mila euro per lo stupefacente che aveva dato a me. Massimino, allora, ha pagato il mio debito a Pace costringendolo a non smerciare lo stupefacente ad Agrigento». Mangione si mette nei guai contraendo il debito. «Massimino, pur non conoscendomi personalmente, ha preso l’iniziativa di pagarmi il debito contratto con Pace. Poi mi ha mandato a chiamare tramite Eugenio Gibilaro di Agrigento. Io andai all’autolavaggio al Villaggio Mosè e incontrai Massimino che mi chiese subito la restituzione dei 10 mila euro».

Mangione prova a svincolarsi ma, per lui, inizieranno guai peggiori. Lo racconta lui stesso agli inquirenti. «Gli chiesi il perché e lui mi disse che lo aveva fatto perché non poteva permettere a quelli di Palma di Montechiaro di smerciare droga ad Agrigento. Per ripagare il debito ho chiesto a Massimino altri 10 mila euro di cocaina da smerciare. Io mi sono messo a smerciare ma non riuscivo a pagare il debito che nel frattempo era arrivato a 40 mila euro». Mangione non si tirerà mai più fuori da questo pasticcio. Alcuni uomini vicini a Massimino, in particolare Eugenio Gibilaro, con una pistola in pugno, minaccia neppure troppo velatamente di usarla con i suoi figli. Poi, secondo il suo racconto, Massimino dal carcere avrebbe inviato un emissario per ingaggiarlo come truffatore: in questo modo avrebbe saldato il debito. «Successivamente, mentre Massimino era in carcere – racconta Mangione -, ho parlato con Totò Celauro di Agrigento, il quale mi disse di essere il portavoce di Massimino e in grado di tamponare il debito ma in cambio avrei dovuto fare una sede di truffe. Avrei dovuto comprare delle merce con assegni falsi e consegnarla ai fratelli Sicilia di Favara». Il racconto prosegue poi con una serie di «omissis». L’inchiesta, evidentemente, è destinata ad avere un seguito.