Mafia, funerali pubblici per i boss sì o no? Dibattito acceso su Facebook dopo il nuovo caso a Cattolica Eraclea

Funerali pubblici per i boss sì o no? Dopo il nuovo caso di Cattolica Eraclea – dove lunedì scorso a Cattolica Eraclea sonostati annullati all’ultimo minuto i funerali in chiesa di Domenico Terrasi – si accende il dibattito sui social. Scrive su Facebook l’avvocato Salvatore Pennica, storico difensore di diverse persone accusate di mafia: “Perché un cristiano condannato in Italia per mafia non può ricevere il rito funebre in chiesa? Ma non siamo uguali i figli di Dio di fronte la legge divina? Qual è la differenza con lo spacciatore di droga che, con una dose tagliata con la stricnina, può uccidere i nostri figli? Perché in provincia di Agrigento si sottolinea di negare i funerali a chi muore e si vedrà con Dio senza una chance di pietà. Poi questi dubbi si diradano perché la domenica il prelato legge la parabola del figliol prodigo e credi che serve umiltà, pietas, bla bla bla. Amen”. Sulla vicenda si è espresso anche l’avvocato Ignazio Martorana, storico difensore di Terrasi.

L’avvocato Totò Pennica

Diverse le reazioni di cittadini dell’Agrigentino dove la questione si è posta in più occasioni, tanto che sui funerali dei boss, così come sulle feste religiose, sono intervenute in sinergia, già tempo addietro, l’Arcidiocesi e la Questura di Agrigento: da una parte per motivi religiosi ed etici dall’altra per ragioni di ordine pubblico e sicurezza. Scrive Peppe Pane: “La chiesa cristiana, vocata al perdono non rappresenta per nulla in questo caso il perdono cristiano, purtroppo viviamo nella repubblica delle banane”. Per Santo Alaimo “il problema è che spesso in questa nostra società civile non si distingue bene la vendetta dalla giustizia! In una società civile deve essere fatta giustizia, impedire un rito funebre non credo serva a questo fine”. “Perché questo veto? Ho sempre saputo che la chiesa è la casa di Cristo e che Cristo è amore caritatevole  e misericordioso e, come tale, non rinuncia a nessun figliolo. Ne deduco che Cristo non avrebbe gradito tutto ciò. Ergo: perché andare contro il volere di Cristo?”, si chiede Carmela Ragusa. E Baldo Gurreri: “Dio è amore misericordia e il sacerdote ha il sacro ministero di portare le anime al Padre non giudicare, ma perdonare. Lo stato faccia rispettare le leggi e i sacerdoti curino le anime”.

C’è però chi la pensa diversamente. “Il ravvedimento deve avvenire finché si è in vita, il figliol prodigo si è pentito ravveduto e il padre lo ha ricevuto a braccia aperte. Se un mafioso o spacciatore chiunque sia non si pente del male che ha fatto, da parte dell’uomo non dovrebbe essere perdonato. Poi sarà Dio davanti al suo tribunale vedere se la sua pietà lo perdona. Altrimenti chi sono quelli che vanno all’inferno?”, si chiede  Maria Sciarrotta. E Leonardo Giovanni Di Mauro: “Un condannato per mafia si presume che sia un grande peccatore quindi non può essere cristiano a convenienza”. Così Barbara Catania: “Ma quale perdono! Il perdono bisogna chiederlo, di cuore, dimostrare coi fatti il proprio pentimento, chiedere scusa, ritornare sui propri passi a testa bassa. La Chiesa prima di tutto non può assolvere nessuno, che si tratti mafiosi o altri, se prima costoro non hanno volontariamente messo in quella santa lavatrice che chiamasi confessionale tutti i propri misfatti e delitti. Dio non è un burattino al comando di nessuno, tantomeno degli ipocriti che attraverso la cerimonia funebre credono di sentirsi parte del mondo cosiddetto civile”. Secondo Salvo Ciulla il funerale pubblico ai boss “nella logica del linguaggio mafioso sarebbe un riconoscimento pubblico pericoloso. Già la Chiesa ha classificato l’adesione a Cosa Nostra come peccato mortale e formale uscita dalla Chiesa. Ogni cosa impone delle scelte”. Così Lillo Massimiliano Musso: “Se un mafioso crede nei sacramenti, si ravvede e non compie atti contrari al vangelo. Ma se non vi si crede, cos’è il funerale se non una solenne rimpatriata? Allora, prima di pretendere un funerale cattolico, si rinneghino i giuramenti contrari al bene! Semmai la Chiesa è troppo elastica con chi compie il male, con droga, omicidi, violenze di ogni genere”.

Il funerale di Agostino Cuntrera in Canada

E’ ormai da diversi anni che il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha ribadito più volte il no della chiesa ai funerali pubblici per le persone condannate per mafia. La questione cominciò a porsi in provincia nel 2011 quando a Siculiana fece clamore la messa con cui venne celebrato l’anniversario di un anno della morte del boss italo-canadese Agostino Cuntrera che faceva parte del clan Rizzuto, ucciso a Montreal insieme alla guardia del corpo.  Anche l’anno precedente era stata celebrata la funzione religiosa mentre in Canada si svolgeva il funerale in pompa magna. Sempre a Siculiana, il 20 febbraio dell’anno scorso, fu vietato dalla questura il funerale in chiesa del boss Vito Triassi, tra i colonnelli della storica famiglia italo-canadese dei Caruana-Cuntrera, stroncato da un infarto alle Canarie; anche in quel caso solo la “benedizione funebre” con un servizio d’ordine predisposto dai carabinieri. Il 20 luglio del 2019 a Palma di Montechiaro furono negati i funerali per il vecchio boss ottantunenne Calogero Ribisi. Il 5 luglio del 2012, a Siculiana, furono negati, su decisione dell’arcivescovo e della questura, i funerali pubblici per il boss Giuseppe Lo Mascolo, ultrasettantenne morto per un ictus pochi giorni dopo l’arresto nell’operazione antimafia della polizia denominata “Nuova Cupola”. Anche in quel caso la funzione religiosa era stata annunciata dai familiari con manifesti funebri ma fu poi annullata all’ultimo momento.  Il 20 maggio del 2017, ad Agrigento, il questore vietò la celebrazione dei funerali del boss Cesare Calogero Lombardozzi, morto a 73 anni. Lombardozzi era tornato libero da un paio di anni dopo avere scontato tre condanne per associazione mafiosa e una per violazione della sorveglianza speciale. Figura storica della mafia agrigentina avrebbe fatto da “padrino di battesimo” al campobellese Giuseppe Falsone, divenuto prima della cattura il numero 2 di Cosa nostra in Sicilia.

Monsignor Ivan Maffeis

Monsignor Ivan Maffeis, sottosegretario Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, alla vigilia delle esequie di Totò Riina nel novembre 2017 così si espresse: “Alla Chiesa sta a cuore l’educazione delle coscienze, l’educazione alla legalità, sostenere le tante persone che alzano la testa contro la mafia”, precisando che altro sarebbe, se la famiglia lo chiedesse, “la presenza di un sacerdote per accompagnare con la preghiera la salma”, cosa che “non si può negare a nessuno… ovviamente c’è il tribunale di Dio, al quale non ci sostituiamo, ma dobbiamo considerare anche l’importanza dei segni, i funerali pubblici per qualunque mafioso sarebbero un segno che confonde”.

Nella foto grande in alto i funerali di Nick Rizzuto Sr, di Cattolica Eraclea, nel novembre 2010 a Montreal.