La polizia postale ha scovato un video con una sfida estrema, un uomo e una donna con il viso stretto nel nastro adesivo trasparente, naso e bocca tappati, senza poter respirare, pubblicato su Tik Tok. Il video era visibile a tutti gli utenti senza restrizioni, compresi i minorenni ed è stato rimosso. Denunciata per istigazione al suicidio un’influencer siciliana di 48 anni. Pochi giorni fa una bambina di 10 anni a Palermo è morta soffocata con una cintura: voleva vincere una black-out challenge su TikTok, il social sempre più popolare tra i più giovani. Un altro bambino di 9 anni è morto impiccato a Bari, sono ancora in corso le indagini. Siamo di fronte ad un problema ‘reale e non virtuale’, che ‘la pandemia ha aggravato perché è legato alla sostituzione dei luoghi di interazione fisici’, avverte il professore di psicologia Fabio Lucidi, preside della facoltà di medicina e psicologia dell’Università di Roma ‘La Sapienza’. ‘Gli strumenti tecnologici, i social, non rappresentano di per sé un problema, come tutte le nuove conquiste delle persone; il problema – spiega Lucidi – è quando questi strumenti passano in una dimensione diversa e diventano molto più pervasivi di quanto dovrebbero. E questo si aggrava se non c’è alternativa, soprattutto per qualcuno per cui dovrebbe esserci assolutamente, come per i bambini, pre-adolescenti e adolescenti, come nella situazione di blocco delle interazioni fisiche in sui siamo adesso per la pandemia’. Ma attenzione, la premessa giusta da cui partire è fondamentale: la distinzione tra realtà e virtuale con i social è sbagliata. ‘I social – avverte Lucidi – sono una realtà a tutti gli effetti, perché quello che accade sui social accade nella vita delle persone, seppure in sistemi diversi. Ad esempio, nella realtà fisica ad un’azione fisica corrispondono sempre delle conseguenze fisiche; ad un’azione virtuale in un videogioco certe volte non corrispondono conseguenze fisiche; nella dimensione dell’interazione via social c’è una combinazione stramba: il modello di interazione attraverso il video è tipica di un videogioco ma poi le cose che si fanno sono messe in atto in un contesto estremante fisico. Nei giochi comuni filmati lo scambio è sui social ma l’azione è nel mondo fisico’.
E questo ‘non è un modello tipico dell’emulazione come siamo abituati a pensare, non c’è qualcuno che sta emulando qualcun altro, ci sono persone che stanno giocando insieme, solo che il gioco passa attraverso un mezzo che è lo schermo di un telefonino, e l’azione come le conseguenze dell’azione sono estremamente reali e fisiche. C’è un gioco, soltanto che sembra un videogioco perché il mezzo è quello tipico di un videogioco, invece l’azione delle persone si svolge assolutamente nel mondo fisico. Interagiamo attraverso sistemi social ma ci dimentichiamo che ad interagire non è l’avatar, siamo noi, con il nostro corpo’. Ed è qui che serve una maturità per riuscire a distinguere gli elementi di pericolo che non si può avere a tutte le età: ‘Un bambino il vuoto lo percepisce come pericolo molto velocemente. Ma un bambino non può avere la percezione dei pericoli che richiedono un’elaborazione cognitiva, di quelli che sono associati a simboli. Sono capacità che si acquisiscono più tardi, maturando la comprensione della realtà. E’ un processo di maturazione’, spiega il preside della facoltà di medicina e psicologia della Sapienza. Così ‘i social media collegati al telefonino sembrano rimandare a situazioni dove le azioni non hanno conseguenze immediate e dirette, invece ce le hanno, come è successo nel caso drammatico della bambina di Palermo, morta soffocata per una sfida su TikTok; ma come accade anche quando si scambia materiale sui social o sulle chat, come nel caso del revenge porn, che riguarda anche gli adulti. In questi contesti la percezione della realtà più ampia si sfilaccia’. Tutto sembra più innocuo anche perché più facile, ma così non è: ‘Pensiamo alla difficoltà che avrebbe un’adolescente in una situazione senza i nuovi media a scattarsi una foto, svilupparla, stamparla e darla in mano fisicamente ad un’altra persona, è un atto molto più complesso che lasciar fare ad un telefonino’. In questo luogo social, dove ‘c’è l’illusione che quello che viviamo non sia reale’, si rischia ‘una pericolosa confusione, se non si è sufficientemente maturi’. Per questo ci sono leggi e regole ma da un lato ‘i limiti vengono rispettati meno quando mancano alternative a ciò che si cerca’ dall’altro ‘c’è sicuramente un problema di controllo di accessibilità a questi strumenti, dove i limiti sono spesso facilmente disattesi’. Il professore della Sapienza infatti mette in guardia dal rischio in più che corrono i più piccoli ai tempi del Covid: ‘Il gioco, l’interazione sociale e fisica non hanno modo di avvenire in una dimensione normale fisica, ma i bambini lo cercano e ne hanno diritto; non è pensabile dire non giocheranno o non interagiranno o faranno a scuola solo ciò che è previsto dal protocollo di sicurezza e non si vedranno con i compagni di classi e non cercheranno di sostiuire quello che non possono fare. Sarebbe folle pensare che non cerchino una soluzione a questa mancanza’.
E ‘la soluzione è a portata di mano nei telefonini di questi bambini, questo è un problema? Dipende, dipende dal fatto se alcune buone regole vengono rispettate oppure no’. E ‘dare tutta la responsabilità ai genitori è ingeneroso, genitori spesso anche loro appesantiti dallo stress della situazione pandemica e da uno smart working che non significa avere più tempo libero, anzi; così come ingeneroso è dare la colpa alle istituzioni scolastiche alla dura prova della pandemia. Ma questo problema va tenuto presente, affrontato e risolto anche per il futuro, quando – ci auguriamo – la pandemia sarà dietro le spalle’. Ma cosa si può fare? Da un lato ‘c’è un fermo bisogno di normative un po’ ferree e anche di qualche sanzione in più, se vengono costantemente aggirate e questo è un problema del legislatore, una regolamentazione più attenta e realistica è un problema da porsi’; sottolinea il preside della facoltà di medicina e psicologia dell’Università ‘La Sapienza’. Dall’altra parte ‘c’è assolutamente bisogno di un sistema forte di base educativa all’uso di questi strumenti. Considerando un problema: i nostri figli maneggiano questi strumenti molto oltre di quanto noi non si capisca. In un sistema in continua evoluzione i genitori sono chiamati a confrontarsi con dei sistemi di interazione che loro non conoscono, non quanto i loro figli, ed è molto difficile educare a una tecnica che non si conosce’. Alle prese conil gap generazionale e tecnologico però i genitori non devono arrendersi: ‘Non conosco l’applicazione però possono provare a insegnare delle competenze di base, quelle che una volta si chiamavano life skills. Sono un po’cambiate con l’evolversi e la diffusione delle nuove tecnologie e dell’uso dei social. I principi base della vita sono gli stessi, ma insegnarli significa contestualizzarli. E in questo caso significa anche spostarli da un mondo di relazioni fisiche a un mondo di relazioni social. Apprendere l’empatia in un contesto in cui puoi leggere le emozioni sul volto di una persona che ti sta ad un metro di distanza e imparare l’empatia in un sistema in cui l’altro sta a chilometri di distanza e la sua faccia sta nello schermo di un telefonino è una cosa diversa. Prendere una decisione, agire in un contesto sociale in cui ci sono 5-6 persone in cui ciascuno interagisce e parla con persone fisicamente presenti e prenderla di fronte a un video, a cui magari sono collegate centinaia di persone ma nessuna è presente, è una cosa diversa.
L’empatia o la capacità di prendere decisioni sono sempre una life skill, ma cambia il modo con cui sono contestualizzate. Va tutto un po’ aggiornato, ma un lavoro sulle life skills, sulle attività educative di base va fatto’. E magari tutti insieme: ‘Dobbiamo fare un grande sforzo di cittadinanza rimettendo un po’ al centro il sistema scolastico, anch’esso purtroppo massacrato da una condizione emergenziale. Bisogna rimettere al più presto in moto tutto, e una volta superata l’emergenza dovremmo sapere e ricordarci che alcune cose sono successe, che si è fortemente ridotta la quantità di interazione fisica ed è fortemente aumentata la quantità di interazione social. E dovremmo dare una risposta a questo modello, sia riabituando i nostri bambini all’interazione fisica sia educandoli alle nuove competenze di vita di cui hanno bisogno’. Bloccare i video pericolosi, come nel caso dell’influencer siciliana, risponde infatti a una parte della soluzione: ‘Di fronte alle dimensioni rischio si può provare a mettere in atto una strategia per eliminare ogni forma di rischio – e riuscirci sarebbe fantastico – ma spesso qualche elemento di rischio passa, allora c’è bisogno necessariamente di aumentare le competenze per fronteggiare quel rischio. Bloccare un video che mostra un gioco pericoloso è giusto ma è impossibile bloccarli tutti, quindi il lavoro che va fatto contemporaneamente è educare chi rischia, i più giovani, a non assumere comportamenti di rischio. Un doppio lavoro da fare, ma altrettanto necessario anche se complicato anche perché non sono moltissimi i genitori capaci di educare i loro figli nei confronti di mezzi tecnici che spesso non conoscono molto bene’. I figli conoscono meglio dei genitori i nuovi mezzi di comunicazione, sono parte delle loro vite più di quanto lo siano dei loro genitori e allora cosa fare? ‘Serve adesso e servirà dopo l’inserimento di un’educazione speciale a scuola. C’è bisogno di un professionista che queste dinamiche le abbia studiate, di uno psicologo, specializzato e dei progetti specifici di educazione digitale, che possa lavorare sia con i bambini che con i genitori in progetti formativi attuali e futuri. Perché la pandemia finisce ma il problema resta’. (di Giovanna Turpini) (askanews)
