Mafia: il capo è sempre Messina Denaro, sfrutta il Covid per consenso e affari

Il capo indiscusso di cosa nostra rimane sempre Matteo Messina Denaro, l’ultimo superlatitante vicino ai corleonesi. Lui gestisce la mafia nel distretto di corte d’Appello di Palermo che comprende i tribunali delle province di Trapani e Agrigento. Questo secondo il report sulla mafia inserito nella relazione annuale del presidente della corte d’Appello di Palermo Matteo Frasca sullo stato della giustizia. Non c’è più frattura fra i mafiosi legati ai corleonesi e gli scappati della vecchia mafia. Non ci sono segni di riorganizzazione della commissione provinciale azzerata nel dicembre del 2018 e gli affari dei clan oggi sono concentrati su droga, racket, scommesse e videopoker. Questo lo stato dell’arte mafioso secondo i magistrati della Dda di Palermo che però lanciano l’allarme sulla potenziale infiltrazione mafiosa nelle attività produttive in difficoltà per il Covid. Anche il fenomeno mafioso sta dunque sfruttando la pandemia da un lato con la ricerca del consenso attraverso una sorta di welfare di cosa nostra, dall’altro con il progetto di infiltrarsi nel tessuto economico in difficoltà.”Il diritto è alla sfida della pandemia” sintetizza il presidente Frasca sottolineando come anche nel comparto giustizia l’emergenza Covid ha condizionato pesantemente l’attività dell’anno giudiziario 2020 e continuerà a farlo in quello che verrà inaugurato oggi dalle 9.30 nell’aula magna della corte d’Appello nel palazzo di giustizia di Palermo.

“Il Paese non può permettersi un nuovo lockdown della giurisdizione. Questo periodo sarà ricordato come il peggiore del dopoguerra ma è l’occasione per rifondare la giustizia con una sorta di piano Marshall – scrive Frasca – Trasformare l’emergenza in un’opportunità di crescita. Potrebbe essere questo il miglior approccio per affrontare l’emergenza sanitaria. Il Covid-19 ha impresso un’accelerazione al processo di trasformazione sociale che impone un altrettanto rapido adeguamento della giustizia”.Il primo effetto della pandemia è stato un ulteriore rallentamento della macchina giudiziaria, che già scontava pesanti ritardi sia in ambito civile che penale. Pur con i reati denunciati in diminuzione del 2,5 per cento, i processi in arretrato sono aumentati di oltre il 5 per cento (con punte del 19 per cento per quelli in corte d’Appello).Sul fronte andamento dei reati ancora una volta la pandemia ha condizionato i dati 2020: i lockdown, le zone rosse e arancioni che si sono alternate da marzo, limitando la circolazione delle persone, hanno ridotto drasticamente i colpi dei ladri d’appartamenti (diminuiti del 38 per cento) come pure la chiusura delle attività commerciali e l’aumento dei controlli anti Covid-19 su strada sono stati il miglior deterrente contro le rapine, anch’esse crollate di oltre l’8 per cento.

I dati più allarmanti riguardano invece l’aumento esponenziale di femminicidi e dei tentati omicidi contro le donne, i casi di corruzione legati a filo doppio con l’aumento dei reati compiuti da pubblici amministratori, e il fenomeno dell’usura che ha colpito soprattutto le piccole attività commerciali e il sottobosco di chi lavorava in nero e non ha potuto dimostrare di aver perso reddito per ottenere i bonus della scorsa primavera.Fra le curiosità della relazione annuale palermitana c’è il record assoluto di richieste di gratuito patrocinio, con oltre ventimila istanze presentate Palermo. Nessuna città italiana ha raggiunto tali numeri. La seconda in classifica, Roma, è staccata di oltre 3.500 istanze (17.279). Terza Milano con 16.197 richieste presentate. (LaPresse)