Governo Draghi: fiducia in settimana, partiti in fermento

A ventiquattro dal giuramento del governo Draghi la politica e’ gia’ in fermento. Dopo il richiamo all’unita’ e in attesa della fiducia delle Camere prevista per la prossima settimana (mercoledi’ al Senato e mercoledi’ a Montecitorio) il capo del governo lavora all’agenda e al completamento della squadra, con la nomina di sottosegretari e vice ministri. Ma i partiti si agitano. Il M5S e’ in fibrillazione, cresce la fronda dei contrari a votare la fiducia all’esecutivo e la situazione viene definita ‘esplosiva’ da fonti interne ai pentastellati. Polemiche anche nel Pd per l’assenza di donne nella rappresentanza Dem del gabinetto Draghi, mentre la sinistra di LeU si riunisce oggi in assemblea e rischia di spaccarsi. E anche il centrodestra si agita, nel confronto ancora sottotraccia tra ‘moderati’ e ‘sovranisti’. Giorgia Meloni conferma il suo no all’esecutivo. In giornata il leader della Lega, Matteo Salvini, si riunisce con i ministri del Carroccio.

Le tensioni piu’ forti si registrano in casa M5S. I senatori pentastellati si sono confrontati ieri in una riunione da remoto e oggi torneranno a vedersi in videoconferenza. Una ventina su 92 sarebbe orientata a non votare la fiducia, viene riferito. Il ‘no netto’, avrebbe ribadito il capo politico Vito Crimi, portera’ all’espulsione dal Movimento. Diverso il caso per chi dovesse astenersi: si deve ancora decidera’ quali potrebbero essere le ricadute. Nessuna ipotesi di costituire un nuovo gruppo sarebbe comunque all’orizzonte. I pentastellati lamentano i pochi i ministeri di peso ottenuti dal M5s. E c’e’ chi vorrebbe chiedere spiegazioni non solo a Crimi, ma anche agli altri vertici del Movimento, ad esempio a Roberto Fico, su come sono andate le ‘trattative’. Sul fronte dell’Esecutivo, bisognera’ vedere quali saranno i sottosegretari, mentre su quello interno sul tavolo c’e’ la partita dell’organizzazione interna che potrebbe portare a dire addio alla figura del capo politico per istituire un comitato direttivo a cinque, fanno sapere fonti del M5S. Barbara Lezzi insiste: “Senza un nuovo voto su Rousseau non mi sento vincolate a sostenere un governo che per noi e’ un suicidio”.

Tensioni anche nel Pd: il principale partito della sinistra italiana al governo sara’ rappresentato da tre uomini (Guerini, Orlando e Franceschini) e le donne Dem protestano: “Non ci sono piu’ scuse per le donne dem, che hanno da imparare una dura lezione: nessuno spazio ci sara’ dato per gentile concessione”, scrive su Facebook Debora Serracchiani. “Quando si tratta di ruoli di potere vero, non funzionano le quote di genere come riserva indiana oppure gli articoli dello statuto come specchietto per la democraticita’ interna. Non ci sono donne dem tra i ministri di Draghi non solo perche’ la logica della stabilita’ interna ha vinto su quella di genere, ma soprattutto perche’ non abbiamo ancora preso sul serio la sfida per la leadership”. “Per noi e’ una ferita”, aggiunge in un’intervista a La Repubblica, Cecilia D’Elia, portavoce della conferenza delle donne del Pd. “Ora immagino che ci sara’ un bilanciamento con i viceministri e i sottosegretari nell’affidamento delle deleghe”, ma “considerando che le forze che hanno dato vita al Pd sono quelle che tradizionalmente si sono battute per la parita’, e’ chiaro che l’assenza di donne stride molto”, dice Rosy Bindi in un’intervista alla Stampa. Le tensioni di via del Nazareno danno il destro a Matteo Renzi per attaccare gli ex compagni di strada: “il Pd appare piu’ come un puzzle di correnti che non come una vera e propria casa del riformismo” e, tra le altre cose, “non riesce a proferire una parola credibile sul tema femminile”, dice Renzi. La sinistra riformista, continua, non puo’ “diventare la sesta stella di un movimento grillino che mi appare in caduta libera”.

Le tensioni delle forze della coalizione che ha sostenuto il governo Conte 2 raggiungono anche l’ala sinistra dello spettro: LeU e’ divisa sul sostegno a Draghi, un’assemblea oggi decidera’ se Sinistra Italiana dara’ il suo via libera all’esecutivo oppure no (mentre e’ certo il ‘si’ di Articolo 1 che esprime anche uin ministero con Roberto Speranza). Sottotraccia anche il centrodestra inizia ad agitarsi e le scelte di Draghi avranno inevitabilmente una ricaduta sulla tenuta e sulla natura della coalizione che fino all’altro ieri e’ stata opposizione: un’ala ‘moderata’ e europeista contrapposta a una sovranista. Salvini in giornata vede i suoi ministri, mentre Giorgia Meloni ribadisce il suo ‘niet’ all’ex presidente della Bce. “Voteremo no”, conferma. (AGI)