
“Con te, a volte, ho l’impressione che tu sia amareggiato del fatto che io sono e resto, malgrado tutte le difficoltà, i problemi, ecc., un comunista”. Così il pittore Renato Guttuso (1911-1987) si rivolgeva a Leonardo Sciascia (1921-1989) in un carteggio originato dalla pubblicazione de “L’affaire Moro”, che uscì da Sellerio nell’ottobre 1978 e quasi contemporaneamente da Gallimard a Parigi nel 1978, che mise a dura prova l’amicizia con lo scrittore, fino a vacillare.
“Guttuso e Sciascia. Breve storia di un’amicizia” si intitola così – come riporta l’Adnkronos – l’articolo che il saggista Antonio Motta, fondatore del Centro Documentazione Leonardo Sciascia/Archivio del Novecento e della Biblioteca degli scrittori, ha pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nuova Antologia” (Edizioni Polistampa), illustrando le lettere del grande pittore custodite dalla Fondazione Leonardo Sciascia di Racalmuto (Agrigento). La lettura che Guttuso fece del pamphlet era ideologica: Sciascia nella fretta di scrivere il libro sul rapimento e l’uccisione dello statista democristiano per mano delle Brigate rosse avrebbe ‘salvato’ Aldo Moro ma il suo bersaglio sarebbe stato il Partito comunista italiano.
“Tu sai il mio affetto per te, la mia stima illimitata – scriveva Guttuso a Sciascia – ma lo spirito critico, le insoddisfazioni, le delusioni, i dubbi, non possono occupare tutto lo spazio della tua libertà di giudizio e farti trovare il male ‘sempre e dovunque’ nei comunisti (nel P.C.I). Debbo dirti che questo fatto è causa di un grande dolore”. “In conclusione, caro Leonardo, il nostro rapporto di amicizia assomiglia a quello che avevo con Vittorini – aggiungeva il pittore, che all’epoca era anche senatore comunista -. Ti ho difeso quando ho creduto giusto farlo, e ho taciuto quando dissentivo da certe tue posizioni (il libro tuo su Moro, la tua necessità di scriverlo subito, si spiega e si collega con quel tuo intervento che provocò la polemica con Giorgio Amendola). Ma Vittorini dissentiva senza mai diventare un ‘anticomunista quotidiano’. Vittorini però credeva alla mia lealtà di comunista”.
