A 44 anni dalla strage del Platani, Cattolica Eraclea commemora la giovane vittima della mafia Vincenzo Mulè, ucciso a 15 anni da Giovanni Brusca, l’assassino del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell’acido, il boss che azionò il telecomando nella strage di Capaci, responsabile di oltre 150 omicidi, da qualche settimana tornato a tutti gli effetti in libertà. Il comune e l’istituto comprensivo “Garibaldi” hanno intitolato a Vincenzo Mulè, in occasione del 60° anniversario della nascita, l’aula magna della scuola media “Contino”. La cerimonia è in programma il 23 luglio alle ore 20: ad aprire la serata sarà il recital “Voci di Coraggio – Oltre il silenzio”, scritto e ideato da Domenico Oliveri, recitato da giovani attori con la collaborazione di Giusy Ferraro, Rosetta Abisso e Maria Rosa Sciortino.
La strage
L’agguato avvenne il 9 febbraio del 1981 lungo il fiume Platani, in territorio di Cianciana. Le vittime, che si trovavano su un trattore quando il commando di fuoco entrò in azione, furono Liborio Terrasi, 47 anni, Domenico Francavilla, 32 anni, di Cattolica Eraclea, Mariano Virone 47 anni, di Raffadali e il giovane Vincenzo Mulé. Obiettivo predestinato dei sicari arrivati dal Palermitano su ordine del “capo dei capi” Totò Riina era l’allora boss di Cattolica Eraclea Liborio Terrasi, entrato in conflitto con il capomafia di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui ucciso, il 30 luglio 1983, in agguato in cui morì anche un suo giovane nipote, Giacomo Colletti.
Così viene ricostruito il quadruplice omicidio nel processo Akragas che vide alla sbarra il gotha di Cosa nostra nell’Agrigentino: “Nella tarda serata del 9/2/1981, in agro di Alessandria della Rocca, in prossimità del fiume Platani, venivano rinvenuti dai CC della locale stazione i corpi senza vita di Terrasi Liborio, Francavilla Domenico, Virone Mariano e Mulè Vincenzo. Dal sopralluogo effettuato dal Mar.llo Geraci, con l’ausilio dei carabinieri Iacona Calogero e Garofalo Vincenzo, si appurava che i quattro erano stati freddati da numerosi colpi di fucile e di pistola, mentre stavano guadando il fiume Platani per fare ritorno in paese dopo una giornata di lavoro in campagna.
Dagli accertamenti medico – legali condotti dal dott. Ideale Del Carpio e dal dott. Agostino Gattuso si accertava che i quattro erano stati colpiti da diversi colpi di fucile cal. 12, caricato a pallettoni, e da colpi di due diverse pistole a rotazione cal. 38 mm. La stessa notte dell’eccidio i CC. di Cianciana rinvenivano sul ponte Mavaro una Fiat 128 quasi interamente bruciata presentante ancora segnali di fumo. Dagli accertamenti esperiti si appurava che l’autovettura, portante il numero di telaio 1418825, risultava rubata a Palermo in data 13/11/80 a tale Lo Bianco Giuseppe e alla stessa era stata apposta la targa AG 84078, asportata alla Fiat 1110/D di tale Pilato Gerlando”.
Il caso sui giornali nazionali
Della strage del Platani si occuparono all’epoca anche i giornali nazionali. Diversi gli articoli, anche nei giorni successivi all’esecuzione, su La Stampa, l’Unità, La Repubblica, L’Avvenire, Il Messaggero, per citarne alcuni. Reportage, interviste, ipotesi investigative. “Agrigento: ucciso capo mafia, soppressi con lui tre possibili testimoni”, titolò la Repubblica. “Strage della mafia, 4 morti a Raffadali”, scrisse l’Unità in prima pagina. “Strage dei killers presso Agrigento: quattro assassinati in un’imboscata”, il titolo del La Stampa. Poi diverse ipotesi: “Si batte la pista della droga”, “Le vecchie cosche guardano oltreoceano”.
Indagini archiviate
Le indagini su assassini e mandanti non portarano a nulla e furono archiviate. La strage del Platani verrà ricostruita poi al maxi processo Akragas dal boss reo confesso Giovanni Brusca, che diventò collaboratore di giustizia qualche anno dopo il suo arresto avvenuto, dopo cinque anni di latitanza, nel 1996 ad Agrigento, in una villa di Cannatello. “Le indagini esperite dalla Compagnia Carabinieri di Cammarata, inizialmente indirizzate verso la mafia dei pascoli, non approdavano a nessun risultato degno di rilievo. Le uniche informazioni di un qualche interesse investigativo erano date dalla negativa personalità di una delle vittime, Terrasi Liborio, già sottoposto a misura di prevenzione personale e ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea. Le altre vittime non avevano precedenti penali o giudiziari di rilievo: il Virone e il Francavilla, risultavano soci nell’esercizio della pastorizia con il Terrasi, mentre Mulè Vincenzo, all’epoca dei fatti poco più che un adolescente, non aveva particolari rapporti con le altre vittime, ma talvolta era solito farsi dare un passaggio sul trattore del Terrasi. Come detto le indagini non permettevano di giungere a risultati di rilievo e il relativo procedimento, a carico di ignoti, veniva archiviato in data 20/4/84 dal G.I. del Tribunale di Sciacca su conforme richiesta del P.M.”.
Le rivelazioni di Brusca riaprono l’inchiesta
“Solo dopo diversi anni dai fatti e grazie alla collaborazione di Brusca Giovanni con l’Autorità Giudiziaria, il procedimento veniva riaperto permettendo di rinviare a giudizio, oltre al Brusca, reo confesso del quadruplice omicidio, anche Salvatore Riina, ritenuto il mandante degli omicidi, e Madonia Salvatore, ritenuto uno dei killer dell’azione delittuosa. Brusca Giovanni, sentito al pubblico dibattimento, ha confermato (nel processo Akragas, ndr) l’ampia confessione resa durante la fase delle indagini preliminari e le chiamate in correità operate nella medesima sede”. Il processo Akragas si svolse davanti la Corte di Assise di Agrigento, Sezione Prima, composta da: Luigi Patronaggio (presidente), Luisa Turco (giudice) e come giudici popolari: Filippo Aquilino, Domenico Cacioppo, Maria Giovenco, Vincenza Baiamonte, Antonina Catalano, Caterina Carubia. A sostenere l’accusa i pm Ambrogio Cartosio e Luca Crescente.
“In ordine al quadruplice omicidio sul fiume Platani, è bene riportare quanto testualmente dichiarato dal collaborante: IMPUTATO Brusca G.: (…) Sì. Dunque un giorno dopo una riunione, che è venuto Carmelo Colletti a San Giuseppe Jato, incontrandosi con Salvatore Riina e mio padre. Dopodiché mi mettono a disposizione a me e a Salvuccio Madonia di recarci a Ribera per metterci a disposizione di Carmelino Colletti, perché dovevamo commettere uno, due… Perché veramente eravamo andati là per commettere diversi fatti criminosi. E allora ci siamo recati là e siamo arrivati a Ribera nella concessionaria FIAT.
Dalla concessionaria FIAT Carmelo Colletti, dopo averci salutato e cose varie, che arrivammo nel tardo pomeriggio, ci accompagna nella zona di Raffadali, con quelli lì vicino, da una persona che poi con il tempo ho saputo che si chiamava, lo chiamavamo Lillo, che era Calogero Lauria, detto Lillo Lauria, chiamato Lillo Lauria. Lì abbiamo trovato, oltre a questo, pure delle persone palermitane che non facevano parte di Cosa Nostra, però erano vicino a Carmelino Colletti, che Carmelino Colletti l’adoperava per fare commettere omicidi a Ribera e dintorni. Dopodiché eravamo là a disposizione di questo Calogero Lauria, ad un dato punto ci porta in una casa di campagna, troviamo… c’era una macchina rubata, armi, anche se qualche cosa – se non ricordo male – l’abbiamo portata pure noi da Palermo, in particolar modo da San Giuseppe Jato. Troviamo questo… ci attrezziamo e come primo, dopo avere fatto il punto della situazione, i primi obiettivi che si dovevano colpire erano, non so se fratelli, o cugini, tali Vella. Abbiamo fatto dei tentativi andati a vuoto, perché non avevamo, come si suol dire, la battuta precisa.
Dopodiché abbiamo aspettato pure qualche altro giorno, si doveva commettere un altro fatto e non si andava in porto. Ad un dato punto questo Lauria ci indica, dice: ‘ci sono altre persone, questi qua hanno l’abitudine di camminare su un trattore. Tutti quelli che sono su questo trattore li eliminate tutti, che non cisono problemi, sono tutti parenti, tutti responsabili’. Ci indicò il posto, ci guidò, perché io in quella zona ci sono andato solo quella volta, quindi non so chiamarla. Eravamo vicino ad un fiume, o torrente, comunque zona di campagna. E ci indicò, dice: ‘passa solo questo trattore a tale ora, non ci sono problemi, potete fare quello che dovete fare’. Al che ci siamo messi lì ad aspettare, abbiamo aspettato un quarto d’ora, venti minuti, il tempo che queste persone passassero. Appena questi con il trattore hanno attraversato il fiume, noi eravamo a bordo di una FIAT 128 di colore bianco, io e Salvuccio Madonia seduti, uno dietro e uno davanti e questo Tanuzzo – che è scomparso per lupara bianca – era alla guida della macchina, a bordo di questa 128.
Appena abbiamo avvistato il trattore, che ha attraversato il fiume, siamo scesi e subito ci siamo andati incontro e abbiamo cominciato a sparare. Erano tre, quattro le persone sul trattore e li abbiamo eliminati tutti senza, però, che sapessimo chi erano, chi non erano. Non sapevamo nulla. Dopodiché il trattore si è fermato, si è messo su una scarpata, si è messo un po’ di traverso, che si spaventavano pure che si stava ribaltando, c’erano queste persone. Poi io ho sparato con il fucile, Salvuccio Madonia con la pistola. Abbiamo completato l’operazione e ce ne siamo tornati. La macchina, poi, non mi ricordo se l’abbiamo bruciata, o l’abbiamo lasciata per come era. Abbiamo lasciato le armi e ci siamo messi noi a bordo, che io avevo una FIAT 112, e ci siamo nuovamente recati a San Giuseppe Jato. Salvuccio Madonia poi se ne andò a Palermo.
PUBBLICO MINISTERO – Si ricorda intorno a che ora avvenne l’omicidio? IMPUTATO Brusca G. – Di pomeriggio, intorno alle 18.00, alle 19.00. Comunque di tardo pomeriggio. PUBBLICO MINISTERO – Questo Tanuzzo che era con voi ce lo può descrivere con più esattezza? IMPUTATO Brusca G. – Sì. É una persona bassa, tarchiata, grassa, cioè abbastanza robusta, senza capelli, senza capelli, quantomeno i laterali, c’aveva solo i capelli… alle orecchie ce li aveva. E questo era amico, amico, faceva parte di quel gruppo di un certo Gigi Garofalo e di un certo Sclafani; che questi due sono stati uccisi tutti e due a Palermo e questo è stato ucciso per lupara bianca. PUBBLICO MINISTERO – Questi soggetti, che lei ha indicato come persone vicine a Cosa Nostra… IMPUTATO Brusca G. – Sì. PUBBLICO MINISTERO – …a Carmelo Colletti e dei quali lui si serviva per compiere queste azioni, ci può dire chi erano? Ce li può indicare tutti?
IMPUTATO Brusca G. – Erano questo Gigi Garofalo, questo Sclafani che è stato ucciso a Palermo assieme ad un certo Rizzo Rizzuto nella zona de La Noce e questo Tanuzzo, che era assieme a noi in questa occasione, erano vicino a Cosa Nostra; in particolare modo credo che erano vicino ad un certo Berino di Napoli, o il fratello, che erano amici di Calogero Lauria. E questi qua, non so come, avevano conosciuto Carmelino Colletti e si c’erano messi a disposizione e non facevano parte di Cosa Nostra. Però Carmelino Colletti li adoperava, che era una regola di Cosa Nostra. Tanto è vero che poi gli è stato contestato – contestato fra virgolette – perché poi quando sono venute alla luce tante cose già lui, Carmelino Colletti era stato ucciso dagli stessi. Quindi questi qua erano vicino, a disposizione di Carmelino Colletti e questo qua li adoperava per fare commettere omicidi sui vari territori: Raffadali, Ribera, Caltabellotta, cioè in quella zona. E hanno commessi diversi omicidi. Non so quali e quanti, però so che ne hanno commessi tantissimi”.
I riscontri alle dichiarazioni del pentito
“Il particolareggiato racconto di Brusca Giovanni ha peraltro trovato diversi riscontri sia per quanto riguarda la dinamica dei fatti, sia, più in generale, per quanto riguarda il movente dell’azione delittuosa. In particolare, la dinamica dell’azione omicidiaria, così come riferita dal Brusca, ha trovato preciso riscontro nei sopralluoghi e nei rilievi effettuati dai CC. di Alessandria della Rocca, Mar. Geraci Antonio, Brig. Iacona Calogero e App. Garofalo Vincenzo. Costoro sentiti nel pubblico dibattimento hanno confermato che l’agguato avvenne nell’ora e nei luoghi indicati dal collaborante; hanno altresì confermato che le vittime provenivano dall’ovile del Terrasi, che viaggiavano su un trattore la cui lenta corsa venne interrotta sul greto del fiume Platani dal fuoco dei killers.
Senza dire poi del preciso riferimento all’autovettura Fiat 128 utilizzata dai killers e ritrovata dai CC. di Cianciana quasi interamente sul ponte Mavaro. I rilievi balistici e i risultati degli accertamenti medico – legali effettuati dai dott.ri Del Carpio e Gattuso hanno infine riscontrato le dichiarazioni del Brusca secondo cui le vittime furono uccise dal fuoco incrociato di un fucile da caccia cal.12, caricato a pallettoni, e di due pistole a tamburo cal. 38 mm. Riscontri non meno significativi alle dichiarazioni del Brusca sono giunti con riferimento al complesso movente e ai mandanti. I collaboratori di giustizia Di Carlo Francesco, Anselmo Francesco Paolo, Ganci Calogero, Salemi Pasquale e Sinacori Vincenzo, sentiti in questo dibattimento, hanno, infatti, confermato il movente indicato dal Brusca, il ruolo avuto nella vicenda da Riina Salvatore, da Colletti Carmelo, da Lauria Calogero, da Garofalo Luigi e da quel Tanino o Tanuzzo indicato dal Brusca”.
Condannati all’ergastolo Riina e Madonia
Giovanni Brusca, al processo Akragas, è stato condannato invece a 10 anni perché gli è stata concessa la “diminuente di cui all’art. 8 Legge 12/7/91 n. 203” per la sua collaborazione con la giustizia ma non gli sono state concesse le invocate circostanze attenuanti generiche “attesa la gravità del fatto, che ha visto l’uccisione di ben quattro persone, tre delle quali estranee al contesto mafioso ed una delle quali poco più che adolescente; l’intensità del dolo ravvisabile nell’evidenziato dolo di proposito; i gravissimi precedenti penali e giudiziari dell’imputato responsabile, fra gli altri crimini commessi, delle stragi del ’92 e del sequestro e della soppressione del piccolo Giuseppe Di Matteo”. In separata sede, come mandante fu condannato all’ergastolo Totò Riina, condanna all’ergastolo anche per l’altro esecutore materiale della strage, Salvatore Madonia. Tutti e tre gli imputati sono stati condannati al risarcimento dei familiari delle vittime che si sono costituiti parti civili.
Vittime innocenti della mafia
Sul quadruplice delitto così si esprime la prima sezione della Corte di Assise di Agrigento presieduta da Luigi Patronaggio: “Infine, qualche considerazione va già in questa sede spesa per le vittime del crimine Francavilla Domenico, Virone Mariano e Mulè Vincenzo, quest’ultimo poco più che adolescente al momento del tragico fatto, per sostenere che esse, estranee al contesto mafioso, possono essere considerate, senza ombra di dubbio alcuno, e nonostante l’infamante affermazione fatta dal Colletti al Brusca (secondo cui esse erano “tutti parenti, tutti responsabili …”), vittime innocenti della mafia ai sensi e per gli effetti di cui alle vigenti Leggi”.
Nonostante le parole scritte nella sentenza dalla Corte di Assise di Agrigento, ci sono voluti poi altri anni affinché il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno riconoscesse Vincenzo Mulè, Domenico Francavilla e Mariano Virone come vittime innocenti della mafia per la concessione ai familiari dei relativi benefici previsti dalla legge nazionale e dalla legge regionale che in Sicilia prevede anche l’assunzione nella Pubblica amministrazione. La svolta arrivò nel 2007, quando a Cattolica Eraclea, peraltro, venne inaugurata la villetta dedicata alle vittime innocenti della mafia e per la prima volta vennero messi in una targhetta anche i nomi di Vincenzo Mulè, Domenico Francavilla e Mariano Virone. A Vincenzo Mulè è stata poi intitolata la sede di Libera a Raffadali e più recentemente gli studenti della scuola secondaria di primo grado “Dante Alighieri” di Cerro Maggiore (Milano) hanno raccontato la sua storia in un video e vincendo il primo premio del concorso “RicordaTela: storie di mafia e ingiustizia”. La commemorazione ufficiale di Vincenzo Mulè da parte del comune di Cattolica Eraclea, in occasione della ricorrenza del suo 60° compleanno, rappresenta un fatto significativo per ricordare la figura del giovane pastorello ucciso dalla mafia. “Vincenzo – ha detto il sindaco Santo Borsellino annunciando l’iniziativa – è una giovanissima vittima innocente di mafia. Una morte ‘casuale’. E la sua tragica fine va ricordata”








