Come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, prevale la strategia del silenzio per gli indagati dell’operazione antimafia Xydi, finiti in carcere all’alba di martedì. I destinatari dei provvedimenti di fermo sono 23. Si tratta del super latitante, il capo dei capi, Matteo Messina Denaro di Castelvetrano, 58 anni; il boss (ex rappresentante provinciale di Cosa nostra Agrigentina) Giuseppe Falsone, 50 anni, di Campobello di Licata; Giancarlo Buggea, 50 anni; Luigi Bonocori, 68 anni di Ravanusa; Luigi Carmina, nato a Caltanissetta, di 55 anni; Simone Castello, uomo d’onore di Villabate, già fedelissimo di Bernardo Provenzano, di 71 anni; Antonino Chiazza, esponente della Stidda, di 51 anni; Diego Emanuele Cigna, nato a Canicattì, di 21 anni; Giuseppe D’Andrea di 49 anni; Calogero Di Caro, 75 anni, di Canicatti; Pietro Fazio, 49 anni, di Canicattì; Gianfranco Roberto Gaetani, 54 anni, di Naro; Antonino Gallea, 64 anni, di Canicattì; Giuseppe Giuliana di 56 anni; Gaetano Lombardo, 65 anni, di Ravanusa; Gregorio Lombardo, 67 anni, di Favara; Antonino Oliveri, 37 anni, di Canicattì; Calogero Paceco, 57 anni, di Naro; Giuseppe Pirrera, 62 anni, di Favara; Filippo Pitruzzella, 60 anni, di Campobello di Licata; Angela Porcello, 50 anni, di Canicattì; Santo Gioacchino Rinallo, 60 anni, di Canicattì e Giuseppe Sicilia di 42 anni.
Secondo quanto riporta il GdS, proprio quest’ultimo, difeso dall’avvocato Giuseppe Barba, è stato uno dei pochi, insieme ad Angela Porcello, a rispondere alle domande del gip Stefano Zammuto nel corso dell’interrogatorio che si è celebrato al carcere Petrusa. Gli inquirenti lo delineano come il capo promotore della famiglia mafiosa di Favara, occupandosi di garantire – è stato scritto nel provvedimento di fermo – il costante coordinamento con gli altri associati, organizzando e partecipando ad incontri e riunioni riservate con altri membri dell’organizzazione mafiosa finalizzate alla trattazione ed alla risoluzione di vicende di interesse associativo, quali: la rituale presentazione tra associati; la raccolta di soldi, provento delle attività illecite, da destinare al sostentamento dei sodali detenuti; la gestione le principali dinamiche funzionali al controllo illecito del territorio; la riscossione delle cosiddette «messe a posto»; il controllo delle attività produttive. Ed ancora per avere garantito la trasmissione di messaggi che sodali detenuti indirizzavano ad altri associati in libertà». Sicilia si è limitato a dirsi estraneo alle contestazioni.
