“Manca il movente, l’ipotesi della rapina è stata esclusa fin dall’inizio con l’ordinanza cautelare del Gip. A uccidere Giuseppe Miceli non può essere stato l’imputato, ci sono tante piste alternative che non sono state scandagliate e approfondite”. Come riporta il Giornale di Sicilia oggi in edicola, ieri, dopo la requisitoria del pm Gloria Andreoli, che ha chiesto la condanna all’ergastolo, è stata la volta della difesa dell’operaio Gaetano Sciortino, 45 anni, affidata dagli avvocati Giovanna Morello e Santo Lucia, che ha smontato, dal suo punto di vista, la ricostruzione accusatoria fatta dal pm e illustrato alcune tesi alternative.
Il marmista Giuseppe Miceli è stato massacrato nel suo laboratorio di Cattolica Eraclea nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 2015. Il magistrato della Procura, al termine di un dibattimento lungo e complesso, integrato dalla Corte di assise con altri accertamenti tecnici, aveva chiesto l’ergastolo per l’imputato sarebbe stato tradito da due prove: un video, dalla qualità non eccelsa, che proverebbe il pedinamento con l’auto nei confronti della vittima e una scarpa.
‘’Nel luogo dell’omicidio – ha detto il pm – è stata trovata un’impronta di una scarpa compatibile con quella recuperata in un dirupo che l’imputato, secondo quanto emerge dalle indagini e dalle intercettazioni, ha cercato di fare sparire’’. La difesa ha sottolineato un aspetto ritenuto decisivo: ’’Non c’è alcun movente che collega l’imputato all’omicidio’’. Il marmista è stato massacrato con un’acquasantiera di marmo e, parrebbe, sarebbe stato colpito al volto pure con un’autoclave.
La difesa ha sostenuto che una delle piste investigative, non del tutto approfondite nel corso delle indagini, portava a un uomo che avrebbe scoperto una relazione sessuale a pagamento della moglie con la vittima. ‘’Non è da escludere – ha detto l’avvocato Lucia- che l’abbia ucciso insieme a un complice anche per un contrasto economico legato al mancato pagamento di una prestazione’’.

