Tra i 111 corpi schierati nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa ci sono “corpi con le braccia ancora alzate come a chiedere aiuto”. Davanti a immagini tanto tragiche, monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, di ritorno da Lampedusa non ha potuto fare a meno di chiedersi “‘e io che sto facendo?’.
Credo che questo interrogativo dobbiamo porcelo tutti”. Intervistato dall’agenzia dei Vescovi, Sir, il presule afferma: “Provo tanta indignazione che rischia di diventare rabbia, un sentimento non cristiano, ma anche grande tristezza e un senso di colpa”. Mons. Montenegro ricorda il messaggio che il Papa ha affidato a tutti nel viaggio a Lampedusa: “il Santo Padre ha ricordato l’enorme sofferenza ma anche la grande accoglienza che non e’ dare un tetto a chi arriva, ma e’ un’accoglienza di cuore. Mi preoccupa e mi fa soffrire vedere come non tutti i cristiani abbiano il cuore aperto e mi addolora il fatto che anche tra gli operatori pastorali vi siano quelli che restano indifferenti o reputano il rimpatrio la soluzione al problema. In estate, durante il campo di lavoro organizzato dalla Caritas diocesana di Agrigento, ho incontrato una psichiatra che opera a Sousse, in Tunisia, e che attualmente lavora solo con le persone rimpatriate, gente mentalmente sconquassata e che non riesce piu’ a riprendersi. Posso dire che il rientro forzato nelle loro terre di origine non e’ la soluzione migliore per queste persone”. (Adnkronos)

