Mafia: boss di Palma di Montechiaro in permesso premio spintona caposcorta, a giudizio

“Bastardo e indegno, stai zitto… qua sono a casa mia e comando io. Se mi metto a gridare, faccio arrivare un sacco di persone”. Il boss Ignazio Ribisi, 63 anni, di Palma di Montechiaro, da oltre un quarto di secolo in carcere al 41 bis per scontare un ergastolo per associazione mafiosa e omicidio, finisce a processo per l’accusa di violenza a pubblico ufficiale. Il pubblico ministero Chiara Bisso ha disposto nei suoi confronti la citazione a giudizio per un episodio che risale al 19 novembre del 2016. Ribisi, in occasione di un permesso premio che gli era stato concesso dal magistrato di sorveglianza di Sassari, fu accompagnato dalla polizia penitenziaria nell’abitazione dei suoi familiari, grazie a un’autorizzazione a trascorrere con loro poche ore. Al momento di salutare la moglie, pero’, avrebbe aggredito verbalmente, e non solo, un ispettore che aveva l’incarico di capo scorta. All’origine del suo disappunto ci fu il divieto del poliziotto di far consegnare dalla moglie un vassoio di pasticcini. Questo, perche’ non era stato preventivamente autorizzato e, quindi, per motivi di sicurezza, non poteva essere ammesso.

“Bastardo e indegno stai zitto – avrebbe detto al suo indirizzo – non ti permettere di dire cosa devo fare. Qua comando io, tu non comandi a casa mia”. E poi, ancora, si sarebbe rivolto al caposcorta aggiungendo: “Se mi metto a gridare faccio arrivare qui un sacco di persone”. Poi avrebbe gridato alla moglie di consegnargli lo stesso il vassoio, spingendo il braccio dell’ispettore e aggiungendo: “Anche se ho l’ergastolo io e te ci incontreremo”. Ribisi torno’ poi nella casa circondariale di Sassari ma fu denunciato alla Procura che, adesso, a distanza di alcuni anni, ha disposto la citazione a giudizio. Il boss, che ha nominato come difensore l’avvocato Raimondo Tripodo, comparira’ il 25 giugno davanti al giudice monocratico Andrea Terranova. Ignazio Ribisi e’ stato condannato insieme al fratello Pietro (suicida in carcere nel 2012) per l’omicidio di Pietro Giro, avvenuto nel 1989. La condanna e’ arrivata dopo un’iniziale assoluzione per il delitto dell’imprenditore, titolare di una piccola impresa di autolinee. L’unica colpa della vittima, secondo quanto rivelo’ negli anni successivi il pentito Nino Giuffre’, nel 2003, fu quella di essere cugino di un loro rivale. (AGI)