24 Febbraio 2024
Agrigento e ProvinciaCultura & Società

La storia di Cattolica Eraclea raccontata dal prof Francesco Renda

In occasione della ricorrenza dei 100 anni dalla nascita del professor Francesco Renda, pubblichiamo alcuni suoi interventi e scritti per ricordare uno tra i maggiori intellettuali siciliani del Novecento nato a Cattolica Eraclea il 18 frebbaio 1922.

Messaggio del professor Francesco Renda in occasione del 400° anniversario di Cattolica Eraclea celebrato con un convegno il 24 maggio 2010.

Oggi Cattolica Eraclea, con una manifestazione promossa dall’Amministrazione comunale, celebra il 400° anniversario della sua fondazione e come cittadino cattolicese sebbene impossibilitato a partecipare per età e per condizioni fisiche desidero essere presente con un mio sentito saluto. Come in ogni celebrazione anniversaria più che il ricordo storico deve prevalere l’attualità politica. E in altre circostanze vi avrei avuto la mia parte nella considerazione che a Cattolica sono nato non solo anagraficamente ma anche politicamente e per tanti anni sono stato consigliere comunale. Ma le mie condizioni odierne mi consentono solo di contribuire alla celebrazione col rievocare brevemente alcuni momenti della nostra storia locale. In altri tempi di questa storia mi sono occupato intensamente compiendo anche lunghe ricerche documentarie. Purtroppo l’archivio comunale venne bruciato durante la rivolta del 1820 e il contenuto andò perduto. Nondimeno sono ancora disponibili documenti importanti.  I riveli, dal 1616 al 1748, che si conservano presso l’Archivio di Stato di Palermo – che sono l’equivalente dell’odierna denuncia dei redditi – e i registri conservati presso l’Archivio della Chiesa Matrice, dove allora venivano registrati nascite, morti e matrimoni. Per oltre un secolo l’Archivio fu l’ufficio anagrafico del comune e per la conoscenza diretta che ne ho potuto fare esso costituisce la fonte archivistica decisiva della storia demografica di Cattolica. Certamente tutte queste notizie non sono ignote ma le ho voluto ricordare come segno del mio sempre vivo interesse per la storia del paese natale. Qualche considerazione relativa all’avvenimento che oggi celebriamo.

Cattolica è stata fondata come universitas feudale, per iniziativa del barone di Siculiana. Universitas voleva allora dire comunità, municipalità, e vi erano le università feudali e le università demaniali, regie. Le une e le altre erano rappresentate nel parlamento dai loro rispettivi procuratori. La fondazione di una universitas pertanto era un fatto pubblico, anzi un affare di stato, e occorreva chiederne l’autorizzazione, la licentia populandi come allora la si chiamava, direttamente al re di Spagna che al contempo era re di Sicilia. Il re di Spagna se ne stava a Madrid e doveva regnare in un grande impero costituito da un insieme di regni. Pertanto insieme al governo centrale vi era il Gran Consiglio d’Italia organo collegiale dei regni spagnoli e del regno di Napoli e di Sicilia e un singolo ministro che in funzione di vicerè governava i singoli regni, compreso il regno di Sicilia. Quando fu concessa nel 1610 la licentia populandi di Cattolica era vicerè Giovanni Fernandez Paceco marchese di Vigliena e duca di Escalon e re di Spagna era Filippo III. La concessione fu data al nobile Don Blasco Isfar et Corilles il quale tuttavia non ne ricavò tutti i vantaggi previsti, specie i vantaggi politici. Chi otteneva la licentia populandi diveniva titolare procuratore della universitas e come tale diveniva membro del braccio baronale del Parlamento. Perciò ho definito la concessione della licentia populandi un affare di stato. Il fondatore di Cattolica doveva divenire membro del parlamento. Ma non sembra che di questa promozione sia stato beneficiario don Blasco. La universitas di Cattolica fu dichiarata principato qualche tempo più tardi e il principe di Cattolica per tutto il Seicento e Settecento fu uno dei primari personaggi politici della vita politica e parlamentare siciliana; fu anche uno dei partecipanti alla rivoluzione siciliana del 1812.

Probabilmente, ma lo dico come ipotesi personale, Cattolica fu elevata a principato per il nome che aveva ricevuto. É da notare al riguardo che il barone di Siculiana benché possedesse gran quantità di feudi non fu mai un barone parlamentare. E invece una universitas piccola come quella di Cattolica fu fatta ascendere ai massimi livelli della gerarchia aristocratica. Il perché non è stato mai specificato. Ma non è da escludere che quel singolare privilegio sia derivato dal nome che aveva ricevuto. L’universitas fu chiamata Cattolica o in omaggio al re di Spagna che era il rappresentate più autorevole del mondo cattolico occidentale o forse per altro motivo. Personalmente giudico probabile ma non documentato, e quindi non assolutamente certo, l’omaggio al re. Nel 1610 l’Europa era religiosamente spaccata in due parti: quella cattolica e quella protestante in guerra accanita fra loro, e nel 1610 si era alla vigilia della guerra dei 30 anni. L’omaggio reale aveva un valore pragmatico anche per il fatto che l’Europa balcanica era tutta in mano turca e in mano turca era il meditterraneo centrale e orientale. In mano cattolica era il mediterraneo occidentale e l’isola di Sicilia stava di mezzo e fungeva da roccaforte che impediva l’avanzata turca in direzione della Spagna. Questa funzione non è una ipotesi ma un fatto storico e che una universitas siciliana fosse chiamata Cattolica aveva un significato di carattere non solo siciliano ma europeo. Altra universitas chiamata Cattolica era sorta anche in Emilia, ma quella terra faceva parte del potere temporale del papa e comunque non era vicina all’Africa turca come quella siciliana.

Cattolica fu fondata come universitas feudale, ma nel 1610 si era da oltre un secolo nella cosiddetta età moderna. La scoperta dell’America era avvenuta infatti nel 1492 e il Seicento siciliano fu largamente partecipe dei mutamenti economici sociali culturali e scientifici del tempo. La Sicilia era spagnola, ma la religione era romana, la lingua era italiana, molto adoperato era anche il dialetto siciliano. Noi possiamo capire il corso storico vissuto dal paese se lo consideriamo nel contesto generale siciliano. Il contesto era un contrasto tra vecchio e nuovo, e come nuovo era pure da considerare il popolamento di gran parte del territorio siciliano con la fondazione di oltre cento universitates feudali, la maggior parte con licentia populandi, altre fra le quali Ribera senza licentia populandi. Il controllo politico della intera isola era ripartito fra baronaggio da una parte, gerarchia ecclesiastica dall’altra, e università demaniali regie come la parte meno influente. Nelle tre camere del parlamento feudale primeggiava quella dei baroni, poi quella degli ecclesiastici, aveva funzione ultima quella demaniale. L’influenza baronale era economica sociale e politica, quella ecclesiastica religiosa e culturale, quella demaniale poco valorizzata dalla politica vicereale. Di questa influenza quella prevalente a Cattolica certamente fu quella ecclesiastica, e ne costituisce una documentazione inconfutabile il numero delle chiese che in paese vennero costruite.

Del periodo 1610-1812, anno in cui venne abolita la feudalità, di Cattolica – in questa occasione – non vorrei dire altro per mancanza di dati certi. Infatti non si può nemmeno quantificare la superficie territoriale comunale. I confini del paese vennero definiti negli allegati alla Costituzione siciliana del 1812 e poiché tutto venne deciso dall’alto a stabilire i confini furono i fiumi, le montagne o qualcos’altro che rappresentasse un segno sicuro. Il territorio comunale di Cattolica venne ristretto ad occidente, dalla parte di Ribera, dal fiume Platani e ad oriente, dalla parte di Siculiana e di Girgenti, dai feudi attribuiti alle rispettive aristocrazie. Nondimeno, a chi appartenesse il possesso territoriale fu stabilito col catasto fondiario borbonico istituito se non ricordo male nel 1852. E fu allora che divenne possibile definire l’area fondiaria coltivata dai contadini cattolicesi, un ammasso di grossi latifondi posseduti da un piccolo numero di proprietari. Si ebbero quindi baroni e marchesi di nuova formazione, ma del principe di Cattolica fu persa anche la memoria del nome. Della Cattolica feudale ho detto che non è possibile scrivere la storia amministrativa e politica in conseguenza dell’archivio comunale andato distrutto nel 1820. Ma aggiungo che ben poco si può dire anche della Cattolica borbonica senza procedere alle opportune ricerche di archivio e non è a mia notizia se l’archivio comunale sia stato ordinato. Al tempo in cui ero consigliere comunale una operazione del genere non era stata mai condivisa. Anche della Cattolica italiana dal 1860 al 1893 vale lo stesso giudizio. La storia intesa come partecipazione locale a quella economica, sociale e politica generale, se vogliamo stabilire una origine certa ,occorre datarla al 1892 quando sorgono in Sicilia i Fasci dei lavoratori.

Cattolica è presente in quello straordinario evento storico non soltanto siciliano mediante la figura del giovane Enrico La Loggia, poi divenuto uno dei grandi leader del socialismo riformistico isolano e della vita autonomistica post 1946. Naturalmente Cattolica era nata come comunità agricola e tale è rimasta vivendo tutte le conseguenze delle mutazioni strutturali produttive e di mercato della produzione agricola. Per la verità nell’Ottocento all’agricoltura si accompagnò l’industria estrattiva sia dello zolfo che del sale. Ma lo zolfo, seppure a quel tempo fosse materia prima essenziale della quale si aveva il monopolio mondiale, come non fece la fortuna della Sicilia fu parimenti inefficace anche per Cattolica. Per altro la miniera del paese si esaurì molto tempo prima che quella industria entrasse in agonia. La società paesana fu pertanto la medesima di quella che si aveva in ogni comunità agraria: alla base la massa del mondo contadino, al centro l’artigianato e uno sparuto numero di professionisti e di insegnanti elementari, al vertice un gruppo limitato di grandi proprietari. La dialettica storica paesana fu costituita da quella triade composizione.

Finché l’agricoltura fu una economia a suo modo prospera, anche la popolazione di Cattolica poteva dirsi a suo modo prospera. Ma un discorso storico deve necessariamente periodizzare i tempi. Fino al 1812 gli abitanti del paese furono vassalli del principe di Cattolica che ne aveva il mero e misto imperio. Dopo il 1812 da vassalli divennero dipendenti dalle grandi proprietà fondiarie e bisogna attendere il 1892 perché la storia sociale e politica di Cattolica cominciasse ad avere una sua dinamicità. Il processo demografico naturalmente ne costituisce una manifestazione statisticamente rilevabile. La cifra di partenza del 1861 è di 6006 abitanti; è di fatto statica fino al 1881, 6647 abitanti; passa dagli 8 ai 9 mila abitanti fra il 1901 e il 1936; sale a 10274 abitanti nel 1951, ma scende a 8877 nel 1961, a 6485 nel 1971, a 5987 nel 1981, a 6186 nel 1991, a 4850 nel 2001. La storia sociale e politica tuttavia hanno un loro svolgimento autonomo.

La società contadina di muove lungo due linee fondamentali: la rivendicazione del lavoro libero dallo sfruttamento e dal dominio esercitato nei latifondi dal padronato e dal campierato mafioso; quando questa rivendicazione manca di risultati vi supplisce la grande emigrazione. In grande sintesi la rivendicazione del lavoro libero avanzata dai Fasci dei lavoratori viene repressa nel sangue, con i processi e le condanne carcerarie, e ne segue come alternativa l’ondata migratoria che si protrae fino al principio della prima guerra mondiale. In quel medesimo periodo la rivendicazione del lavoro libero prende l’avvio con l’acquisto o l’affitto collettivo realizzato dalle cooperative agricole di affittanza collettiva e con le casse rurali. Emigrazione e sviluppo del riformismo agrario si integrano a vicenda e il suo valore è confermato dal dato demografico che annovera un aumento di circa il 10%. Protagonisti in senso generale ne sono i socialisti alla Bernardino Verro e alla Lorenzo Panepinto, i socialisti riformisti alla Enrico La Loggia, e alla democrazia cristiana alla Luigi Sturzo. Il suo limite di fondo è il suo carattere esclusivamente isolano. E’ un movimento parcellizzato e privo di una direzione unitaria, ma sopratutto è un movimento che non è partecipe del socialismo nazionale. I Verro e i Panepinto non sono dirigenti socialisti nazionali parlano solo siciliano. Parla siciliano anche lo stesso Luigi Sturzo, ma il personaggio è di tale statura che poi si qualifica come il fondatore del Partito popolare italiano. A questa fase storica della rivendicazione contadina Cattolica prende parte con la cassa rurale fondata da Enrico La loggia. Complessivamente fra periodo prebellico e periodo post bellico si realizza il primo significativo passaggio della proprietà terriera dal grande padronato latifondistico alla piccola proprietà contadina diretto-coltivatrice.
Il problema del latifondo non è invenzione propagandistica dei socialisti e nemmeno dei cattolici sturziani. Il primo a presentare un progetto di legge di riforma agraria fu, dopo lo scioglimento dei Fasci siciliani, Francesco Crispi. A presentare e approvare la legge per la concessione delle terre incolte e malcoltivate nel 1920 fu il governo di Giovanni Giolitti. Lo stesso Benito Mussolini nel 1940 fece approvare la legge per la colonizzasione del latifondo siciliano.

Quanto avviene nel 1945 subito dopo la fine della seconda guerra mondiale non è che la prosecuzione di un fenomeno storico che aveva subito l’interruzione del ventennio fascista. La prosecuzione è rappresentata dalla ripresentazione della legge Giolitti del 1920 sulla concessione delle terre incolte e malcoltivate ai contadini che dal nuovo ministro dell’agricoltura prende il nome di legge Gullo e poi di legge Segni, Gullo comunista e Segni democratico cristiano. Fra il 1945 e il 1950 Cattolica insieme con centinaia di altri comuni siciliani e meridionali diventa protagonista del più grande e poderoso movimento contadino che l’Italia e l’Europa abbiano mai avuto. Quel movimento fu definito il risorgimento contadino meridionale e anche la seconda guerra di liberazione italiana. Chi prese parte e chi ricorda quella riscossa può anche comprendere il perché la popolazione di Cattolica raggiunse nel censimento del 1951 il suo massimo storico di oltre 10 mila abitanti. Ai decreti Gullo fecero seguito due leggi: quella del 1948 sulla formazione della piccola proprietà contadina, fu una legge tutta democratica cristiana, e la legge del 1950 sulla riforma agraria. Con i tre provvedimenti legislativi si realizzò una svolta che fece cambiare la caratteristica strutturale della Sicilia. I latifondi al di sopra dei 150 ettari furono espropriati e concessi ai contadini. A cambiare la situazione furono anche le vendite volontarie e le concessioni enfiteutiche. Alla fine del 1955 non ci furono più né grandi latifondi né grandi proprietari. La Sicilia del latifondo si trasformò nella Sicilia della piccola e media proprietà diretto-coltivatrice. Il baronaggio siciliano non ebbe più la dimensione economica sociale e politica che aveva da sempre esercitato. Scomparvero pure le decine e centinaia di migliaia di contadini poveri. La società assunse una dimensione nuova. Di quegli avvenimenti alla distanza di cinquanta anni possiamo oggi dare un giudizio che non può essere più politico.

La svolta del 1950 fu un grande evento storico e come tale deve essere giudicato. Qualunque cosa se ne voglia dire, di positivo o di negativo, di fatto si è trattato del momento conclusivo di un processo secolare. Le riforme agrarie altrove erano state effettuate decenni e secoli prima da noi le si decise in ritardo, e le si decise nel momento in cui nel nostro paese e in tutta Europa si avviava una generale rivoluzione industriale la quale cacciava ai margini tutta intera l’economia agricola sia quella piccola che quella grande sia quella delle campagne meridionali che quella della Val padana. La terra non fece più economia e naturalmente a pagarne il prezzo più caro furono i deboli.

La riforma agraria va giudicata come matrice della svolta storica siciliana. La Sicilia cambiò volto, ma non fu partecipe della industrializzazione nazionale. Rurale era prima della riforma agraria e rurale rimase anche dopo. Fu data la terra ai contadini, ma non furono dati i capitali necessari, non fu coordinata la nuova agricoltura con una nuova Sicilia industriale. Nelle regioni del nord i contadini dalla campagna passarono alla città loro più vicina. Si spopolarono le campagne, ma l’industrializzazione si diffuse per ogni dove. La sorte dei contadini siciliani non fu diversa. Anche loro dovettero lasciare le campagne e cercare lavoro e vita nelle fabbriche e nelle officine. Ma queste non sorgevano in Sicilia, sorgevano altrove nel Nord Italia, in Germania, in Franca, in Gran Bretagna. E quindi dalla Sicilia bisognava andar via e solo nel decennio 1950-1960 dalla Sicilia emigrarono un milione di siciliani. Le conseguenze di questo massiccio fenomeno dal punto di vista demografico dimezzano la popolazione e dal punto di vista economico non ci è più grande produzione agricola. Politicamente scompaiono il partito comunista, il partito socialista e la Democrazia cristiana, e di questa nuova situazione il giudizio è necessariamente politico e lo si lascia a chi ne ha competenza. Cattolica fu al contempo beneficiaria della riforma agraria e vittima del fenomeno migratorio. Fu partecipe anche della trasformazione politica. Ma di questa storia possiamo solo formulare l’augurio che sia dato sperare in un futuro che apporti miglioria. Per finire vorrei aggiungere che non è da dimenticare che negli anni della seconda metà del secolo scorso la vita politica e amministrativa è stata vivacemente democratica. Alternativamente diretta sia dalla sinistra socialcomunista sia dalla democrazia cristiana. Fra i sindaci della sinistra è da ricordare con commozione e riconoscenza Giuseppe Spagnolo, ucciso per mano o per ordine mafioso, e fra i democratici cristiani l’on. Raimondo Borsellino e l’on. Giuseppe La Loggia.

Francesco Renda