Il 15 gennaio di trentadue anni fa veniva arrestato a Palermo il capo dei capi di Cosa nostra, Toto’ Riina. Era il 1993, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. L’operazione, condotta dai carabinieri, fu soprannominata “Belva”. “Quel momento ha rappresentato un successo dello Stato, che ha posto fine a una lunga latitanza”, afferma Giuseppe Ayala, magistrato e collega di Giovanni Falcone e PaoloBorsellino, a Interris.it. “Nel mio lavoro mi sono occupato molto di lui e, nel corso del maxiprocesso di Palermo – aggiunge – ho chiesto e ottenuto, per la prima volta, la sua condanna all’ergastolo”.
Per Ayala da 32 anni, il metodo stragista, “e’ stato abbandonato, ma, questo, non deve indurre a ritenere la Mafia indebolita o addirittura scomparsa. C’e’ stato un cambio di strategia, ma occorre tenere gli occhi bene aperti nel perseguire gli appartenenti a Cosa nostra. Non uccidendo o aggredendo militarmente i rappresentanti e le istituzioni dello Stato, i riflettori si sono spenti e, tale fenomeno, e’ tornato a quella che ho definito ‘clandestinizzazione’, cercando di comparire il meno possibile”. Questo, conclude il magistrato, “non deve indebolire la risposta delle istituzioni, ma non ho segnali in questo senso e sono ottimista in riguardo al lavoro dei giovani magistrati che sono subentrati a noi: sono impegnatissimi e ottengono dei risultati notevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Bisogna stare pero’ molto attenti a non abbassare la guardia”. (AGI)

