“L’ansia di giustizia segnò la vita, fino all’ultimo dei suoi giorni, di Michele Costa, figlio del procuratore Gaetano. Quest’ultimo moriva dissanguato su un marciapiede di via Cavour, a Palermo, il 6 agosto del 1980. Michele era convinto che sulla morte del padre è mancata e manca ad oggi la verità. Egli si è battuto fino alla fine affinché fosse garantita giustizia, in merito a questa vicenda. Oggi la testimonianza passa al figlio di Michele, Gaetano, che si batte ancora oggi per questa causa, fino alla richiesta di riapertura delle indagini”.
Così Claudio dall’Acqua, presidente della Fondazione Costa, parlando a Palazzo Branciforte, a Palermo, nel corso della giornata organizzata dalla Fondazione intitolata al magistrato, in collaborazione con la Fondazione Sicilia e insieme all’Anm, in occasione del primo anniversario della scomparsa dell’avvocato Michele Costa, nonché in memoria del padre, il procuratore di Palermo Gaetano Costa, ucciso dalla mafia il 6 agosto 1980.
“Costa – prosegue dall’Acqua – fu un precursore di un metodo di indagine che sarebbe stato successivamente adottato da altri magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Egli fu il primo ad individuare che quel tipo di indagini sarebbero state vincenti per svelare il rapporto tra mafia e zone grigie dell’imprenditoria e della politica. “Michele Costa si interrogava se qualcosa di più fosse stato possibile fare, per saperne di più circa la morte del padre. Per tempo non si ebbe il coraggio di attribuire con assoluta chiarezza alla mafia l’assassino di Costa. Sono dopo ben 43 anni è comparsa la parola mafia nella paternità dell’omicidio del procuratore Costa”, conclude dall’Acqua. (ANSA)

