“Quei fascicoli relativi alle indagini di mio nonno, che rimasero in procura a Palermo per due anni, non furono mai aperti; nessuno ha indagato laddove poteva essere individuato l’humus in cui maturo’ quell’omicidio”: Gaetano Costa, nipote del procuratore della Repubblica di Palermo ucciso da Cosa nostra il 6 agosto 1980, porta avanti la missione del padre, l’avvocato Michele, morto un anno fa. “Giovanni Falcone disse di aver visto lo scatolone con i documenti d’indagine di mio padre, ma non di averlo aperto. Chiediamo alla magistratura che ne faccia richiesta, lo trovi e lo apra”, spiega all’AGI, annunciando che un team legale potrebbe presto chiedere riapertura delle indagini sull’omicidio del nonno.
Il 6 agosto del 1980, lo stesso giorno in cui a Bologna si tenevano i funerali della strage alla Stazione centrale, Gaetano Costa viene freddato da un killer nella centralissima via Cavour di Palermo. L’indomani sarebbe dovuto partire per le ferie, da trascorrere sull’isola di Vulcano, insieme alla moglie Rita Bartoli. Intorno alle ore 19.30, mentre osserva alcuni libri davanti a una bancarella, gli si avvicina un uomo con il volto seminascosto da un berretto con visiera e una pistola nascosta in un giornale: e’ una calibro 38, da cui l’uomo fara’ esplodere tre colpi contro il procuratore a non piu’ di 45 cm di distanza. L’assassino ha il volto seminascosto da un berretto con visiera e ha in mano un giornale che serve a coprire la pistola utilizzata per l’omicidio.
Giunto da Caltanissetta a Palermo nel luglio del 1978, in due anni Costa comprende gli assi attorno a cui ruotano gli affari di Cosa Nostra: droga e appalti; e indaga le famiglie che gestivano entrambi: Spatola, Gambino e Inzerillo. Approfondi’ l’inchiesta sugli appalti truccati al Comune di Palermo, e in particolare quello per la costruzione di sei scuole a Palermo, che aveva suscitato sospetti in Piersanti Mattarella all’inizio del 1980. Nella primavera del 1979, infatti, era stato pubblicato un bando di appalto per la realizzazione di sei scuole nel capoluogo siciliano per un importo complessivo di circa 5 miliardi e 600 milioni di lire. L’ispezione decisa da Mattarella fece emergere una “zona franca” in cui convergevano interessi della politica e affari della mafia: per ognuno dei sei appalti, infatti, era stato presentato un solo progetto, ed erano inoltre emersi collegamenti tra i titolari delle sei imprese aggiudicatrici e Rosario Spatola, noto esponente della famiglia mafiosa degli Spatola-Gambino-Inzerillo.
“Oggi come ieri – spiega Gaetano Costa, che porta il nome del nonno – ci sono gli argomenti per una riapertura delle indagini, ignorati sia dal tribunale di Caltanissetta che da quello di Catania, che si sono rimpallati la responsabilita’. Nel tempo si sono accumulati elementi che rendono la cosa piu’ attuale che mai: le questioni alla fine sono due: i famosi di cattura Spatola+54 che Gaetano Costa firmo’ da solo e le indagini sugli appalti per le sei scuole di Palermo” e “con le recenti scoperte sui killer di Piersanti Mattarella si apre un altro paragrafo: le due vicende sono probabilmente collegate in una storia di trame sotterranee intrecciate”.
La vicenda dei mandati di cattura contro i clan e’ una ferita piu’ che mai aperta nella magistratura. La mattina del 9 maggio 1980 si svolge, in Procura, una riunione tra Costa, gli aggiunti e i sostituti: si deve decidere sulla convalida di 55 arresti. Di fronte alle perplessita’ di alcuni sostituti, Costa, spiega una scheda del Csm, sottolinea ai propri sostituti “la necessita’ di convalidare per intero gli arresti correndosi inoltre il serio pericolo, soprattutto in quel delicatissimo momento, di screditare il lavoro della polizia giudiziaria e di operare una spaccatura, anche agli occhi dell’opinione pubblica, degli organi dello Stato di fronte alla lotta alla mafia” e “si determina a convalidare da solo tutti gli arresti; una scelta coerente con il passato e la natura del magistrato”. “Le delicate indagini condotte dal procuratore Costa, insieme alla solitaria convalida di quei mandati di arresto e alla diffusione della notizia di tale sofferta decisione – spiega il Csm – contribuirono a rendere facile bersaglio della vendetta mafiosa il Capo della Procura di Palermo”. (AGI)

