
Decisiva resta l’attività di prevenzione. Ad esempio, gli screening, sempre più capillari, hanno diminuito l’incidenza dei tumori mammari. La stessa cosa non può dirsi, invece, per la copertura vaccinale per il Papilloma virus che si ferma al 51,3 per cento della popolazione contro una media nazionale del 66%, anche se di recente si assiste ad un’inversione di tendenza. Il punto fondamentale è il cambiamento della prospettiva di analisi. ”La medicina ab origine ha avuto un’impostazione androcentrica – spiega il ginecologo e presidente del convegno, Domenico Gullo – relegando la salute femminile agli aspetti riproduttivi. Gli studi clinico farmacologici sono stati compiuti sugli uomini adattandone i risultati alla donna senza considerare che le peculiarità anatomo funzionali ormonali influenzano l’insorgenza e l’evoluzione delle malattie.
Dagli anni ’90 a livello internazionale – aggiunge – si è registrata una profonda evoluzione con un approccio mirato a studiare l’impatto del genere e delle sue variabili (biologiche, ambientali, culturali, socio economiche) sulla fisiologia e sulla fisiopatologia delle malattie garantendo così a tutti, uomini e donne, il miglior approccio clinico, diagnostico e terapeutico”. ”La conoscenza dei bisogni di salute e delle specifiche necessità del genere femminile in ambito sanitario assistenziale – conclude Gullo – è imprescindibile strumento per la pianificazione degli interventi, l’organizzazione dei servizi e la definizione delle strategie preventive individuando le differenze regionali che permangono marcate in termini di distribuzione del benessere, accessibilità e appropriatezza dei servizi offerti, con il Meridione e le Isole in posizione nettamente svantaggiata rispetto al Centro e al Nord”. (Adnkronos)

