VIDEO | Teatro, “Dante/Enea il Viaggio” conquista il pubblico di Eraclea Minoa

Ha conquistato il pubblico lo spettacolo “Dante/Enea il Viaggio” ieri sera in scena nell’area archeologica di Eraclea Minoa nell’ambito della rassegna Teatri di Pietra. Tratto da Dante, Virgilio, Caproni, con la drammaturgia di Sebastiano Tringali e la regia e coreografia di Aurelio Gatti. Nel cast: Valeria Busdraghi, Carlotta Bruni, Elisa Carta Carosi, Lucia Cinquegrana, Arianna Di Palma, Matteo Gentiluomo, Claudia Morello e  Sebastiano Tringali. Le musiche sono di Marco Schiavoni; assistente Carlotta Bruni; costumi di Marina Giarelli Genovese; Mda Produzione Danza/La rotta di Enea.

“Innanzitutto – spiega il regista Aurelio Gatti – questo spettacolo è un dovuto ossequio all’anno dantesco, ma si è voluto approfittare del personaggio Dante per richiamare un altro personaggio, a Dante stesso molto caro, che è quello di Enea. Entrambi sono personaggi dell’esilio, e ci interessava parlar di esilio in un momento in cui per più di un anno molti di noi si sono sentiti in esilio nelle proprie città, nei propri comuni, nei propri territori. Esilio è una condizione che si scopre molto attuale anche oggi che siamo riusciti quasi a non riconoscere i territori e le identità che ci accompagnano e che ci segnano profondamente”.

IL VIDEO SU YOUTUBE

“L’accostamento tra la Divina Commedia e l’Eneide – si legge nelle note di regia – è un fatto acclarato. L’Eneide di Virgilio è certamente il principale modello a cui Dante fa riferimento, sia per quanto riguarda il viaggio intramondano che per la figura del poeta scelto da Dante come guida, Virgilio, Poeta fui, e cantai di quel giusto figluol d’Anchise che venne di Troia, poi che’l superbo Iliòn fu combusto. E numerosi e altri sono i rimandi oltre quelli poetici e narrativi –come l’episodio di Pier delle Vigne (canto XIII, Inf., Commedia) e quello di Polidoro (libro III, Eneide), la Discesa agli Inferi di Dante (canto IV,V e VI , Inf., Commedia) ed Enea (libro IV, Eneide), anche umani ed esistenziali. Tra questi il tema dell’esilio spicca come punto d’incrocio fra i due grandi personaggi , Enea e Dante, sia come elemento biografico che come tema poetico.

Per entrambi, l’esilio rappresenta un topos letterario con una lunga preistoria nella cultura a loro contemporanea. L’esilio è un tema perenne nella mitologia eroica del mondo classico, nei racconti dei tempi e dei luoghi più remoti, come anche nelle leggende sulla fondazione della civiltà romana da parte di Enea –fato profugus nell’Eneide virgiliana e lo stesso Dante a sua volta si rivolge spesso alle leggende classiche per rappresentare le pene del proprio esilio. Dante ed Enea diventano emblema della condizione dell’uomo che è, di per sé, una condizione d’esilio che si esprime nella poesia e anche in una certa visione della vita come attesa di qualcos’altro. È una domanda eterna se l’uomo non viva come in esilio per questa sua condizione che gli è data, in un’esistenza come quella terrena, che è provvisoria e transeunte. E l’esperienza di “exul immeritus” diventa tassello esistenziale di una biografia universale.

Dante ed Enea sono pellegrini che intraprendono il viaggio alla ricerca della propria identità. Enea è mosso dal desiderio di conoscere il proprio destino : L’eroe troiano sa fin dall’inizio di essere predestinato: “Poscor Olimpo”, si ripete nei momenti di sconforto; sa di seguire un destino tracciato, data fata secutus; sa che per questo è “il meno libero dei viventi” e che l’unico suo dovere è fortiter pati, ma anche agere. Dante, il Sommo Poeta, accompagnato da Virgilio,veste i panni di personaggio e si rende lui stesso protagonista di un cammino allegorico che ha come obbiettivo la salvezza dell’uomo. E necessario per chi crede fermamente che l’antichità abbia ancora un importante ruolo da giocare nell’oggi e che vada a tutti i costi stornato il rischio di quel «provincialismo» di cui scriveva T. S. Eliot, «derivante dall’applicare all’intera esperienza umana criteri normativi acquistati in un’area limitata». E precisamente in What is a Classic «un provincialismo non di spazio ma di tempo; per cui la storia non è che la cronaca delle invenzioni umane via via superate e messe da parte, e il mondo proprietà esclusiva dei vivi, una proprietà di cui i morti non posseggono azioni» (Eliot 1993; Fo 2004). I grandi testi sono tali proprio perché servono non solo a riassumere il passato, ma anche a capire il presente, e a immaginare il futuro. Da questo punto di vista, non credo che si debba nutrire alcun sospetto verso il cosiddetto ‘abuso’ dei classici – anzi, mi pare che sia questo l’unico ‘uso’ sensato che se ne possa fare”.