19 Maggio 2024
CronacaPalermo e Provincia

Open arms, teste: Viminale li avrebbe fatti sbarcare

“Ma il Viminale l’assenso allo sbarco alla nave Open Arms lo avrebbe dato?”. Alla domanda del presidente del tribunale resta per un attimo senza parola Emanuela Garroni, funzionario del Viminale di lungo corso ed ex vice capo di gabinetto del ministero dell’Interno, quando al dicastero c’era Matteo Salvini. Piuttosto sorpresa per la richiesta, la teste alla fine risponde che si’, i migranti tenuti sulla nave spagnola davanti all’isola di Lampedusa, ad agosto di tre anni fa, sarebbero stati fatti scendere e pure in tempi brevi. Che, insomma, l’intervento della Procura di Agrigento che fece superare un’impasse di giorni, non sarebbe servito, perche’ l’ok del Viminale sarebbe giunto. Una affermazione che piace a Giulia Bongiorno, avvocato difensore del leader leghista che, per aver negato l’approdo alla nave dell’ong spagnola e ai migranti soccorsi in mare, e’ imputato a Palermo per sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. “E’ una mia opinione priva di fondamento giuridico, pero'”, precisa cauta la teste al giudice che la incalza chiedendole un’impressione superata dai fatti e non verificabile. Una precisazione che non smorza l’entusiasmo della Bongiorno che parla di “udienza veramente positiva”.

“E allora che aspettavate? Perche’ non autorizzaste prima lo sbarco?” chiede, pero’, il presidente? La risposta non e’ chiara, la teste si ferma alle ipotesi e comunque la storia ando’ diversamente. Quel che e’ netto nell’esame della Garroni e’, invece, che tutte le decisioni sul caso Open Arms – dalla indicazione del porto sicuro (Pos), alla scelta di impugnare la decisione del Tar che sospendeva il divieto di ingresso in acque territoriali alla nave spagnola – furono prese “dal vertice politico”. “Il ministro?” Chiede il pm Giorgia Righi, che rappresenta l’accusa insieme a Gery Ferrara. “Si'”, risponde l’i’ex vicecapo di Gabinetto che il nome del leader leghista proprio ha difficolta’ a farlo. “E nell’ufficio di Gabinetto parlavate della vicenda? Cosa ne pensavate?”, continua l’accusa. “Io mi espressi sui minori, sostenendo che andavano fatti scendere, sugli altri la posizione era che restassero in mare meno possibile, ma erano discussioni fatte tra noi”, risponde. Perche’ alla fine a decidere era il ministro. La teste nega che al Viminale fossero giunte voci specifiche sulla presenza di terroristi a bordo della imbarcazione spagnola.

“Impossibile, fino a quando non sono scesi non sapevamo chi fosse sulla Open Arms”, dice. Ma, su domanda della difesa, che mira a sostenere che tra i motivi che indussero Salvini al braccio di ferro con gli spagnoli c’era proprio un allarme terrorismo, spiega che la sicurezza era una priorita’ nazionale, specie dopo l’attentato al mercatino di Natale compiuto da un giovane giunto dalla Tunisia proprio su un barcone. “Ma quello e’ un fatto del 2016, tre anni prima della vicenda Open Arms”, ribatte la pm. Sul banco dei testimoni, prima della Garroni, sale uno psicologo di Emergency, Alessandro De Battista. Una deposizione drammatica quella del medico che trascorse coi profughi i giorni prima dello sbarco. “A bordo – dice – eravamo al punto di non ritorno. Molti migranti presentavano disturbi da stress post traumatico che si traducevano in sintomi fisici e psicologici. Avevano accessi di rabbia, atteggiamenti catatonici. C’erano donne abusate, alcune incinte e si trattava di gravidanze frutto di violenze. Era una situazione border line, dove storie individuali dolorosissime venivano amplificate dalla situazione ambientale: promiscuita’, ambienti stretti”. Si trattava, insomma, di una situazione che rischiava di esplodere dove la stanchezza, lo stillicidio di giorni passati a terra sul ponte, i traumi subiti, le condizioni del mare erano micce. (ANSA)